Faceva volare i brasiliani

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CAP. 10 - I Brasiliani siamo noi

Barcellona. Il P. del Consiglio Spadolini vola in Spagna per fare gli auguri agli azzurri. "Io porto bene" dirà. E chi può dargli torto?

Ormai sognavo in giallo-oro. Vedevo maglie carioca dappertutto.
Un giornale di Barcellona scriveva che ne erano state vendute per settanta milioni di lire, in pochi giorni. Era un incubo.

Ci ricordavano anche coi colori, con il samba, con le loro musiche, che erano fortissimi, che si sentivano sicuri di vincere.

Bearzot colse al volo la tensione che stavamo accumulando. Il match con l'Argentina era stato durissimo, e non voleva correre il rischio di un collasso collettivo.

Ci regalò una giornata di libertà. In seguito, la chiamammo giornata delle mogli. Ce ne andammo via per dieci ore.

Io con Laura, Antognoni, Selvaggi, Cabrini, Collovati e Vierchowod con le rispettive mogli. Me ne andai in giro per la città, cercando di confondermi tra la gente. Faceva un caldo bestiale, ma ero felice: era il primo premio che ci veniva concesso'a quel mundial.

Avevamo sconfitto i campioni del mondo, avevamo rimesso in discussione l'andamento del campionato, avevamo dimostrato il valore del calcio italiano.

Ma non bastava. C'era ancora il Brasile. Dall'Italia, telefonavo ogni giorno a mio padre, mi arrivavano notizie incredibili: la gente era tornata a scatenarsi come ai tempi dei mondiali del Messico, le strade di tutt'ltalia erano nuovamente invase di bandiere, di cortei, di tifosi impazziti. "Qui non hanno dubbi" mi dicevano da Nettuno "Farete fuori anche il Brasile".

Magari fosse così facile, mi andavo ripetendo. Certo, mi accorgevo, sentivo che tutto stava cambiando. Ma il Brasile restava il Brasile, ossia un pianeta irraggiungibile.

Cominciai a divorare i giornali; volevo sapere cosa pensavano di noi e rimasi abbastanza male: tranne Santana e Falcao, che predicavano modestia e umiltà, tutti ci consideravano solo una tappa di avvicinamento alla finalissima.

Il 2 luglio, a meno di quarantott'ore dalla sfida, ricevemmo una visita graditissima: era il presidente del consiglio Spadolini, che stringendoci la mano uno alla volta ci augurò di "riservare al Brasile la stessa sorte sportiva assegnata all'Argentina".

Quello stesso pomeriggio assistemmo all'incontro tra i carioca e l'Argentina. 3 a 1 e via, come avremmo potuto fare anche noi, se non avessi mancato quel maledetto goal.

Non sto qui ad annoiarvi raccontandovi quello che dicemmo seguendo la partita almeno cinque, sei volte al videoregistratore. Ogni fotogramma era un incubo: "Guarda come salta Oscar di testa", "E Socrates, dove lo metti?", "Questo Eder tira come se avesse un cannone nei piedi", "Quando scatta Junior bisognerebbe abbatterlo a pistolettate".

Contro l'Argentina, che pure ce l'aveva messa tutta per non mollare l'avventura al mundial, mi era piaciuto persino Waldir Perez. E la fine, ci dicevano quelle immagini registrate: faremo la stessa fine dell'Italia ai mondiali del Messico.

Insomma, l'incubo continuava, ma continuava anche il nostro sogno. Un gruppo di tifosi ci portava ogni giorno al campo uno striscione stupendo: "Italia, facci sognare" c'era scritto, noi non chiedevamo di meglio.

Col passare delle ore, aumentava anche la nostra concentrazione. A parte i soliti, Zoff, Scirea, Bergomi, Collovati, che non si sarebbero emozionati nemmeno se fosse crollata un'ala dell'albergo, vedevo benissimo Paolo Rossi.

Stava persino recuperando peso: ormai l'avevamo etichettato come il mangione del gruppo.

Vecchiet gli imponeva pastasciutta, carne e verdura in quantità; lui si alzava da tavola con almeno un piatto di dolci e di frutta per la notte; "Il guaio è" si lamentava Cabrini "che finisco per mangiarli anch'io, che non ho affatto il problema di dovere ingrassare, trovandomeli sotto il naso in camera".
lo continuavo a dormire da solo, anzi, a cercare di dormire da solo.

Mancavano dunque poche ore alla partita. Mi venne spontaneo pensare a Falcao. Avrei voluto chiamarlo in albergo, ma mi trattenni: eravamo su due barricate diverse.

Piuttosto, mi chiedevano gli altri: Falcao giocherà? Attorno a lui si era acceso un piccolo giallo. Gli era stata attribuita una tarjeta amarilla (un cartellino giallo) durante il match con la Scozia, e c'era chi giurava di averlo visto subire un'ammonizione anche nell'incontro d'esordio con l'Unione Sovietica.

Ai mondiali non si scappa: due ammonizioni, una giornata di squalifica. Non me lo sarei trovato di fronte, faccia a faccia, come avevamo ipotizzato, quasi per gioco, qualche mese prima?

Tutto sommato, mi sarebbe dispiaciuto, e infatti quando il comunicato della central madrilena della Fifa ci informò ufficialmente che Falcao avrebbe potuto scendere regolarmente in campo, qualche collega si stupì della mia allegria.

"Ma che fai", mi chiese Graziani "sei contento? Ma ti rendi conto che razza di regalo ci facevano, se lo lasciavano in tribuna?". Per me invece no, quell'esclusione non sarebbe stata un regalo: "Cerca di capirmi" mi giustificai con Ciccio "Sono due anni che gioco con Paolo, e una vita che sogno di sfidare il Brasile in un incontro che valga qualcosa.

Senza di lui, non proverei lo stesso gusto a cercare di battere la nazionale dei miei idoli".
Ciccio mi mollò una pacca sulla schiena.

Di lì a poco, lasciammo il ritiro di Saint Boy de Llobregat per andare a sostenere l'ultimo allenamento.

Il caldo era terribile. Per compiere i sei chilometri che ci separavano dal campo impiegammo più di mezz'ora, tagliando un'interminabile coda di auto dirette verso il mare.

C'erano trentacinque gradi, forse di più. Ci allenammo per quasi un'ora in costume da bagno, perché pensare di mettersi addosso qualsiasi altro indumento era una follia. Rossi, che proprio non ne avrebbe avuto necessità, perse un altro chilo, con quella sudata.

Il sole non ci aveva tolto l'allegria, comunque. Per tutta la partitella, ci divertimmo a chiamare Oraziani "Eder". Lui s'ingobbiva sulla palla ridacchiando, e cercava di bucare Zoff calciando solo di sinistro: "Ti faccio vedere" gli gridava "che tiro meglio io, di quell'angioletto sudamericano".

Le tensioni, le paure? Ci eravamo lasciati ancora una volta tutto alle spalle. Ora bisognava pensare a giocare. Andavo ripetendo a tutti, come un disco rotto: "Stiamo calmi. I bilanci li faremo una volta a casa".

Ma quando ci saremmo tornati? Non aveva il coraggio di chiedermelo Laura, che sapeva perfettamente come la data del nostro rientro fosse legata alle nostre sorti in campo.

A tavola ridemmo quando qualcuno, non ricordo più chi, ci informò del complicatissimo piano di volo che lo staff azzurro aveva dovuto studiare in proposito. Gli organizzatori avevano preparato tre programmi di ritorno in Italia.

In caso di pareggio o di sconfitta col Brasile, saremmo partiti subito, all'indomani, verso le 15. In un paio d'ore avremmo raggiunto l'aeroporto di Roma. Fortunatamente, esistevano anche prospettive più ottimistiche: se fossimo riusciti a battere il Brasile, saremmo tornati a casa da Alleante il 9 luglio (il giorno dopo la finale per il terzo posto) o da Madrid il 12, all'indomani della finalissima.

Cercai di addormentarmi sognando l'aeroporto di Barajas, e la mia valigia piena di etichette con la scritta "Italia campeon", che avevo visto in qualche negozio di Barcellona, ma naturalmente mi riuscì soltanto di sognare (ad occhi aperti) il Brasile.

Con Falcao, ci eravamo lasciati a Roma con una promessa. Qualora ci fossimo trovati di fronte, alla fine della partita, qualunque fosse stato il risultato, ci saremmo scambiati le maglie.

Ricordo una bellissima mattinata a Tre Fontane, il nostro campo di allenamento con la Roma, quando Paolo e io indossammo la maglia carioca e quella azzurra per una foto simbolica. Erano presenti anche Liedholm e Viola.

Ad un certo punto, il presidente disse: "Beh ragazzi, al ritorno voglio una maglia di campione del mondo da uno dei due". Rigirandomi nel letto, ripensavo a quella giornata, e a quelle immediatamente successive. Paolo se n'era andato prima che il campionato finisse.

"Andate avanti voi" ci aveva detto quasi scusandosi "ma fatemi trovare la coppa Uefa: quest'altr'anno voglio giocarmela fino in fondo, magari da campione del mondo". Ci teneva da pazzi. E adesso, di lì a dodici ore scarse, me lo sarei trovato di fronte. In mattinata, avevo visto Pato Moure, il suo fratello di latte, che era venuto a Saint Boy de Llobregat per un'intervista a Bearzot.

Pato lavorava con la Globo tivù, una delle più grosse emittenti brasiliane. " Vedi, Bruno" mi aveva detto "il calcio è bello per Questo.

Il Brasile fino ad oggi ha vinto quattro partite su quattro, e alla grande. Voi, prima di battere l'Argentina, avete rischiato di essere eliminati dal Camerun. Sarebbe stato, per voi, peggio di un'altra Corea.
Ora, invece, affrontate il Brasile.

E, seppure il pronostico è tutto per noi, non siete spacciati in partenza. Sulla carta, è vero, non c'è partita. Ma nessuno di noi, che pure ci sentiamo così forti, può giurare sulla vittoria finale".

Pensavo a Pato, e pensavo a Falcao. Ricordavo i risultati di un esame clinico effettuato su tutti noi giocatori della Roma dal dottor Alicicco.

Un esame che mi aveva confermato come Falcao fosse anche dal punto di vista atletico un vero marziano.

Da quell'analisi era risultato infatti che il cuore di Paolo, quando si trova a pieno stress fisico, non supera mai i trentacinque, quaranta battiti al minuto, mentre quello di una persona normale è tra i sessantacinque ed i settantacinque.

Non solo, ma i controlli effettuati su di lui nelle ore immediatamente precedenti la partita ne avevano confermato l'incredibile capacità di autocontrollo: mentre oltre metà dei componenti la squadra titolare accusava un aumento sensibile della frequenza cardiaca, il suo cuore non aveva fatto registrare alcuna modificazione nella sua attività, segno di un autocontrollo perfetto, di un'allucinante capacità di governare qualsiasi stato ansioso.

Una macchina perfetta. Una delle tante, c'erano anche Zico, e Socrates il chirurgo che gioca per hobby, e Junior, e Cerezo il mancato giallorosso che mi sarei trovato davanti l'indomani, lo invece, macchina imperfetta, non riuscivo a prendere sonno.

Mi addormentai all'alba, immaginando di prendere a pallonate la pelata di Waldir Perez.

La mattinata del grande giorno fu noiosissima. La sera prima, Bearzot aveva comunicato ufficialmente i soliti sedici nomi: la formazione era solito darcela solo all'ultimo momento, appena saliti sul pullman che doveva condurci allo stadio.

Ma, tanto per cambiare, l'ora di salire su quel maledetto pullman sembrava allontanarsi, invece che diventare sempre più imminente. Mi inciuchivo, per ammazzare il tempo, con space-invaders e altri giochini elettronici. Di carte, neanche a parlarne: Bearzot, dopo aver sopportato qualche giornata di briscola e tressette, ci aveva pregato di lasciar stare.

Le carte aumentano la tensione, e noi eravamo già abbastanza nervosi per conto nostro. Del resto, non fu una gran rinuncia. Una passeggiata, un videogioco, una dormita sono passatempi molto più rilassanti.

Alle diciassette ci trovammo uno di fronte all'altro quasi senza accorgercene. Mi fece uno strano effetto vederlo, in mezzo a tanti altri, con una maglia diversa dalla mia. "Que vinca el mejor, Bruno", mi disse masticando senza sosta una cicca.

In campo, però, in mezzo a quell'incredibile turbinio di bandiere (c'erano almeno ventimila tifosi italiani, e certo non meno rumorosi di quelli brasiliani), i mostri ammirati alla tivù mi sembravano meno tranquilli.

La nostra vittoria sull'Argentina doveva aver fatto un discreto effetto anche a loro. Si schierarono al centro del campo, alla nostra sinistra, tutti con la mano sul petto, intonando le note del loro inno.

lo, qualche metro più in là, guardavo attorno sforzandomi di pensare solo a quello che sarebbe successo da lì a pochi minuti. L'arbitro, l'israeliano Klein, ci fece cenno di prendere posto in campo. Paolo, sorridendo, mi strinse la mano ancora una volta.

Non ce la saremmo stretta più, nemmeno alla fine, Per novanta minuti, siamo stati avversari, nemici per la pelle. Successe anche una cosa strana: io, che sono uno che di calci ne prende molti più di quelli che a, un'entrata da cane la feci proprio su di lui. Gli mollai un bel calcione, anche se in modo abbastanza involontario, facendolo volare qualche metro.

Paolo si rialzò senza nemmeno guardarmi. Rossi aveva segnato da poco il goal del 2 a 1.

Quella partita l'ho rivista almeno dieci volte. E voi chissà quante altre. Cosa raccontarvi, che non sappiate già?

Delle urla dalla nostra panchina, dove Maldini e Marini rischiavano l'infarto ogni volta che Pablito allungava la zampa (e furono tre tocchi da rapinatore, lo sapete); dello spintone che lo stesso Marini mollò alla guardia che, chissà poi per quale maledetta ragione, cercava di impedirgli di entrare in campo ad abbracciare Rossi dopo la rete del 3 a 2; delle bestemmie (giustificate) di Antognoni dopo l'annullamento di quel goal che poteva costarci il mundial: era il più regolare di quelli che abbiamo segnato in Spagna; del due a due di Paolo.

Ecco, questo posso raccontarvelo: non l'ho odiato. Dovete capire che lui, romanista o no, è nato a Porto Alegre, non a Nettuno o a Catania. Non ha segnato per farci dispetto, ma perché è un brasiliano che gioca per la sua nazionale. Non ha gioito per farci morire di rabbia, ma perché chiunque al posto suo sarebbe impazzito di felicità. Mancava poco alla fine, e quel goal spalancava al Brasile le porte della finale.

Visto come sono andate le cose, non credo sia azzardato sostenere che anche il Brasile, come del resto noi, non avrebbe avuto grossi problemi in seguito a sbarazzarsi di Polonia e Germania.

Ragione di più per comprendere l'esplosione di felicità di Paolo dopo il suo goal e, ugualmente, la sua amarezza al fischio finale dell'arbitro.
Sarei ingiusto con lui, se dicessi che un altro al suo posto si sarebbe comportato in maniera più cordiale.

Falcao era letteralmente distrutto.
Vedeva andare in fumo un anno di sacrifici, la sua incredibile rimonta nella graduatoria di stima di Santana e dei critici brasiliani (non dimentichiamo che doveva partire riserva di Cerezo…), una collana di prestazioni fantastiche, tre goal stupendi, una vittoria al mundial.

Tutto in pochi minuti, e tutto contro la nazionale del paese nel quale lavora e dove, lasciatemelo dire, non sempre ha raccolto i consensi unanimi che avrebbe meritato.

Deve essergli crollato il mondo addosso. Si è sfilato la maglia come un automa, ha sgomitato tra compagni, fotografi e avversari e ha imboccato il tunnel del Sarrià senza pronunciare una parola.

Io ero ancora troppo scosso per cercare di trattenerlo. Pensate che avevo fatto una scommessa con me stesso: " Finisce due a due" mi dicevo "noi salviamo la faccia, ma loro vanno in finale. Forse è giusto così".
Dopo la goleada di Rossi, dopo quell'incredibile inseguimento, dopo quella maratona di emozioni, non la pensavo più così.

Meritavamo di vincere quella partita, e, ormai, meritavamo di vincere il mundial. Avevamo un obbligo morale nei confronti di tutti i veri sportivi: una volta eliminata dalle scene la squadra più spettacolare, quella più divertente, quella più ricca di individualità e di gioco, non potevamo non vincere il mundial. Sarebbe stato imperdonabile.

Per altri novanta minuti, dopo quelli già offerti contro l'Argentina, eravamo stati noi a confermarci la grande sorpresa dei campionati del mondo.

Dovevano tutti accettare questa nuova realtà: la famosa scuola italiana era ancora in grado di regalare emozioni inimmaginabili.

Rientrando dalla stadio in albergo, assistemmo a scene indescrivibili: la gente, spagnoli compresi, sembrava letteralmente impazzita; correvano, cantavano, sventolavano bandiere tricolori. Anche il pubblico di casa, orfano delle "furie rosse", aveva sposato le nostre maglie di moschettieri, e questa fu un'altra delle mille soddisfazioni che questo torneo ci stava regalando.

E' passato un quarto d'ora dal fischio finale di Klein. Abbiamo battuto il Brasile, e i tifosi si impadroniscono della Fontana di Trevi

Con i giornalisti, continuammo la scelta del silenzio. Parecchi di noi avrebbero voluto esplodere, inviare attraverso radio, televisione e giornali il nostro saluto ai tifosi, la nostra promessa di continuare sulla strada intrapresa, ma nessuno lo fece, per rispetto dell'accordo che avevamo trovato in precedenza, e anche per scaramanzia.

Il black-out portava bene, era ridicolo spezzarlo proprio allora che tutto filava a meraviglia.

Per noi parlava Zoff, e parlavano ormai i fatti che si potevano spiegare con gli stimoli diversi, la grinta, la classe e la determinazione che vengono fuori in occasione dei grandi appuntamenti, la condizione ritrovata di due o tre pedine fondamentali del nostro gioco.

Tutte ragioni autentiche, alle quali c'era da aggiungere quella che, secondo me, è stata la vera ricetta della nostra resurrezione: l'amicizia che ormai ci legava tutti, e che Bearzot aveva sempre difeso gelosamente, e la nostra serietà. Usciti da Vigo in quella maniera non proprio esaltante, ci eravamo sentiti in debito col pubblico, e intendevamo onorare l'impegno preso fino in fondo.

Eravamo in albergo. Per poco. Madrid ormai ci attendeva.
Intanto era Barcellona ad assumere un aspetto irreale. Erano scomparsi i brasiliani, scomparse le loro maglie gialle, il loro samba, i loro tamburi, la loro allegria. La notte era ormai nelle mani degli italiani, che non la mollavano di certo, e di quanti volevano unirsi alla loro felicità. Ancora bandiere, e striscioni, e magliette, e cappelli, e fischietti.

Dalle ramblas invase di bianco, rosso e verde alle strade del centro, ai vicoli del porto. Proprio qui, tra due bancarelle sistemate a ridosso di un attracco, l'ennesima scritta, ovviamente nei soliti, fantastici colori: "Grazie, Italia".

Anch'io, gli occhi puntati al televisore, avrei voluto ringraziare qualcuno, ma francamente non sapevo da che parte cominciare. Pensavo ancora al Brasile, e al modo in cui si era arreso. A testa alta, senza chiudersi a riccio, rifiutando qualsiasi utilitarismo.

Rivedevo la partita alla tivù. Sul goal di Falcao, avrebbero potuto rallentare (loro sono maestri nell'arte di congelare il pallone) e reggere tranquillamente fino alla fine e invece no, volevano batterci, il pareggio, che pure li faceva volare verso la semifinale, non bastava loro.

Volevano dimostrare ancora una volta di essere i più forti e sono rimasti bruciati dall'astuzia di Rossi.

I suoi goal, rigoduti alla moviola, erano altrettanti capolavori di furbizia: un tocco di testa da un angolo all'altro, un guizzo a tagliare la difesa come burro, una deviazione irresistibile da pochi passi. Era tornato lui, il Pablito mundial. E, sotto la nostra spinta, ci stava portando per mano verso la coppa.

Ripassavo i fotogrammi uno a uno, e mi venivano i brividi. Il momento più brutto era stato quando avevo visto saltare Zico a cinque metri da Zoff e spedire la palla di testa nell'angolino. L'arbitro aveva appena annullato il goal di Antognoni, regolarissimo.

"Guarda come si perde un mondiale", mi era venuto di pensare. Poi avevo chiuso gli occhi, e quando avevo trovato la forza di riaprirli avevo visto Dino, col pallone stretto tra le braccia, gesticolare per fare uscire tutti dall'area.

Allora, solo allora, capii che ce l'avremmo fatta. Anche se quell'ultimo minuto, con due calci d'angolo consecutivi e altrettante mischie furibonde, è stato forse il più lungo della mia vita.

Era fatta, insomma. Ora ci attendeva la Polonia. Non ci sarebbe stato Boniek, colpito contro l'Unione Sovietica dalla seconda ammonizione.

lo non ero tranquillissimo, avevo visto una Polonia nettamente in crescendo rispetto a quella affrontata a Vigo, ma continuavo a ripetermi che, dopo aver fatto fuori argentini e brasiliani, arrendersi ai polacchi sarebbe stato da fucilazione sul campo.

"Ora non fateci scherzi" aveva detto ai giornalisti italiani Tele Santana "lasciateci almeno la soddisfazione di dire che ci siamo arresi sì, ma solo ai futuri campioni del mondo…".

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