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NETTUNO
LA SUA STORIA

 

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GLI EDIFICI ANTICHI

Giancarlo Baiocco

 

Palazzo Orsini

Il palazzo degli Orsini, nell’interno del borgo medievale, è stato per cinquecento anni la sede del potere feudale e civile di Nettuno.
Fu costruito sul finire del 1300 come rocca cittadina da Nicola Orsini sul gradino di 7 metri che divideva l’abitato antico in due parti.
In tempi successivi è venuto in possesso dei Principi Colonna e della Camera Apostolica: per questo è anche conosciuto come Palazzo Colonna o Palazzo Camerale.


Palazzo Orsini.
Prospetto su Piazza Marconi.

 

L’iscrizione accanto all’ingresso di Piazza Marconi ricorda la sua erezione, e va letta come: ROCCA DELL’ECCELLENTISSIMO SIGNORE NICOLA / ORSINI DI NOLA / PALADINO IN TUSCIA / CONTE DI SOLETO / SIGNORE DEL CASTELLO DI NETTUNO. Nello stemma sottostante sono composti i quattro simboli araldici ai quali aveva diritto Nicola Orsini.


L’iscrizione accanto all’ingresso
di Piazza Marconi,
stemma famiglia Orsini.

 

L’altro stemma, alto sulla stessa facciata, risale al tempo del dominio dei Colonna e testimonia il potenziamento delle fortificazioni cittadine da parte di Marcantonio Colonna, lo sfruttamento della solfatara di Tor Caldara e, probabilmente, l’ampliamento e la trasformazione della primitiva rocca.

La struttura compatta del palazzo è articolata solo nella parete nord, dove due grandi arcate, ciascuna alleggerita da una bifora centrale, sono limitate da due torri laterali. Questo profilo monumentaleè oggi scarsamente visibile per la chiusura prospettica, causata dall’elevazione delle case addossate alle mura perimetrali dell’abitato antico. All’incontro delle due arcate era murata in origine l’iscrizione di Nicola Orsini.

L’ingresso originario doveva avvenire da Piazza Colonna, in corrispondenza del grande finestrone bugnato, tramite una scala lignea amovibile.


Palazzo Orsini.
Prospetto su Piazza Colonna.

 

Nell’interno, da un lungo androne voltato si accede ad unica scala che serve le due ali del palazzo: la zona di rappresentanza, segnata dalla presenza di un ampio salone, e la zona domestica.

L’edificio, suddiviso in appartamenti, è oggi di proprietà privata.

Al tempo del dominio della Camera Apostolica deve invece risalire la costruzione e la sistemazione del Palazzo Camerale Nuovo che prospetta su Piazza Mazzini, collegato all’edificio vecchio con un arco su Vicolo Colonna.

 

Villa Costaguti

Conosciuta anche come Villa Borghese dal nome degli ultimi proprietari, domina con il suo ampio parco l’altura costiera tra Anzio e Nettuno.


La villa tra la vegetazione mediterranea.

Fu costruita nel 1647 dal cardinale Vincenzo Costaguti, ed è rimasta proprietà di questa famiglia sino al 1818, quando fu venduta dal marchese Luigi Costaguti al duca Giovanni Torlonia.

Nel 1832 i fratelli Carlo ed Alessandro Torlonia la rivendettero al principe Francesco Borghese, i cui eredi conservano ancora la proprietà della Villa e la parte centrale del parco.


Il cortile interno della villa.

 

Tutto il complesso, oggi diviso tra quattro proprietari, è stato dichiarato nel 1955 monumento nazionale. Nel parco, insieme all’originaria lecceta, con sughere ed altre piante della macchia mediterranea, sono presenti diverse varietà di pini, di palme e di altre specie esotiche. Una porzione del parco è dominata dal Castelletto, costruzione novecentesca, articolata su due piani, che imita i caratteri di un edificio militare antico.


Vegetazione esotica nel Parco.

 

L’impianto originario della villa era limitato al corpo centrale e ad un cortile nel retro, mosso da un porticato a colonne, poi inglobato negli ampliamenti successivi. Al principe Marcantonio Borghese, figlio di Francesco, si deve l’aspetto attuale, ingentilito dal prolungamento delle due ali laterali.

Sul piano terra di rappresentanza si articolano un primo piano di mezzanini, il piano nobile, un secondo piano ed un altro piano di mezzanini. L’interno è privo di decorazioni; parte degli arredi provengono dal palazzo del Viceré di Napoli.

 

Palazzo Pamphilj

Il palazzo fu costruito dal principe romano Camillo Pamphilj, nipote di Innocenzo X, nella metà del Seicento. Per la costruzione era stata acquistata, abbattuta o forse pesantemente trasformata, una villetta di Giovanni Federico Cesi, III duca di Acquasparta, costruita da un suo zio cardinale, che a sua volta aveva abbattuto tre vecchie case che si affacciavano sul mare, all’estremità meridionale di Piazza Colonna. Estinta la famiglia Pamphilj nel 1760, tutti i loro beni passarono alla casa dei Principi Doria di Genova, che nel 1834 cedettero in permuta il palazzo al principe Francesco Borghese. La famiglia Borghese donò infine nel 1988 alla Curia di Albano parte del piano terra e tutto il piano nobile, nei quali dal 1854 al 1985 avevano svolto la loro opera di maestre le suore Figlie della Croce. Il resto del palazzo, dopo essere stato suddiviso in appartamenti, era già stato venduto a privati nel 1959.


Palazzo Pamphilj. Facciata.

 

La struttura, costruita sulla scarpata che giunge a lambire la riva del mare, si eleva per tre piani su Piazza Colonna e per cinque dalla parte di mare. ‘E possibile attribuire l’impianto progettuale al gesuita Benedetto Molli, che per il principe Camillo Pamphilj costruirà pochi anni dopo il palazzo di Valmontone. Significativi interventi in corso d’opera furono effettuati dagli architetti Giambattista Mola e Francesco Buratti.

Le decorazioni degli interni furono affidate al pittore Pier Francesco Mola (Coldrerio 1612 – Roma 1666). Dopo i danni subiti dal palazzo per gli avvenimenti che travolsero Nettuno nella seconda guerra mondiale, del ciclo originario permangono tredici affreschi: uno nel piano terra e dodici nel primo piano.


Palazzo Pamphilj. Allegoria della Pace.

 

L’affresco del piano terra è la Visione di Mosè; l’opera coglie il momento in cui il Signore appare a Mosè e gli ordina di levarsi i sandali, perché il luogo in cui si trova è terra sacra.
Nella Galleria del piano superiore rimango otto dei venti affreschi ricordati dalle fonti storiche. Nella volta si conservano due medaglioni, l’uno ovale e l’altro ottagonale, con le figure allegoriche della Pace e della Sapienza, cui si alternano due quadri rettangolari, raffiguranti dei putti che reggono dei rami di olivo e delle colombe.
All’interno di tre lunette della volta sono rappresentate delle scene di genere: una coppia di giovani con il capo fasciato da turbanti che si affacciano da un parapetto sul quale è posato un vaso di fiori; un ragazzo che addita ad un uomo dall’espressione malinconica qualcosa che avviene sullo sfondo, oltre un portico; due colombe che sostano su un davanzale, cui fanno sfondo alberi ed uccelli in volo.
Un affresco di maggiori dimensioni domina una parete del lato minore della galleria: rappresenta Sant’Eustachio mentre si dispera per la perdita dei due figli, rapiti da un lupo e da un leone.
La parete opposta è occupata da un grande bassorilievo con ghirlande di fiori e frutta, che contorna lo stemma di Innocenzo XII: ricorda il viaggio di questo papa a Nettuno nel 1697 ed il suo soggiorno nel palazzo.
Negli ambienti che si aprono sul salone restano altri quattro affreschi rappresentanti: l’episodio della distruzione del volsco porto Cenone da parte dei Romani, la Visione di Giacobbe, l’episodio biblico di Lot e le figlie, ed il Sogno di San Giuseppe.

 

Palazzo Segneri

Il Palazzo si apre nell’omonima piazza, sul limite occidentale del borgo medievale, ed invade con la sua struttura il cammino di ronda sulle mura castellane. La sua facciata, compatta e sobria è caratterizzata da un portale sormontato da un balcone e limitato da due paracarri, ricavati da colonne antiche. Più articolato è il prospetto esterno alle mura che presenta un’intelaiatura con parastate a tutta altezza, e fasce di marcapiano.


Palazzo Segneri.
Portale d’ingresso

Ingresso di Casa Segneri.

 

Due diverse iscrizioni, l’una accanto al portale del palazzo e l’altra, più antica, incassata sopra il modesto ingresso di una casa vicina, ricordano ambedue la nascita di Paolo Segneri. In realtà il palazzo deve essere stato costruito solo dopo la nascita dell’oratore (1624): è presente in un disegno di G. B. Cingolani (1689), mentre non compare in una pianta della città conservata alla Royal Library di Windsor, sicuramente antecedente al 1648.

Il palazzo dei Segneri, come la piazza antistante passò, dopo l’estinzione del loro ramo nettunese, alla famiglia Soffredini. Una piccola iscrizione ricorda ancora l’originaria proprietà privata della piazza, al tempo nota come Piazza del Gelso. Oggi il palazzo è diviso in appartamenti e non conserva al suo interno nulla di artistico.

 

Palazzo Municipale

L’edificio, a pianta quadrata, presenta una combinazione di elementi e stili diversi, dove su un impianto di tipo rinascimentale sono dominanti quelli di una fortificazione con torre merlata che richiama il carattere medievale della città. La costruzione, progettata dall’ingegnere Pietro Talenti nell’aprile del 1908, fu portata a termine nel maggio del 1911; articolata su tre livelli, presenta nelle quattro facciate lo stesso prospetto ed una rigorosa ripetizione dei particolari architettonici, sbilanciati a favore della zona alta, dove l’apparato decorativo è più ricco.


Il Palazzo Municipale.

 

La maggiore importanza di due delle facciate è sottolineata da due portici d’ingresso, che introducono uno agli uffici pubblici e l’altro alla sala consiliare, dai sovrastanti balconcini e dai frontoni terminali.

Nelle fronti dell’ultimo piano lo stemma della monarchia sabauda è alternato a quello di Roma, (la lupa con i gemelli), e di Nettuno (il dio del mare), ciascuno contornato da un ramo di lauro e di farnia, rappresentanti delle specie arboree che caratterizzavano il territorio. Nel sovrastante coronamento sono inseriti dei medaglioni con elementi floreali e con i simboli dei feudatari di Nettuno, come la rosa degli Orsini e la colonna della famiglia Colonna. Nell’atrio è presente il“Monumento alla Famiglia”, opera lignea di Alvaro Tosti, collocata nel 2000 in occasione dell’Anno della Famiglia, ed un’artistica targa di bronzo di T. Tamagnini con il proclama della vittoria nella seconda guerra mondiale. Nel primo piano sono presenti opere novecentesche dei pittori Giuseppe Brovelli Soffredini e Lamberto Ciavatta.

 

Forte Sangallo

Costruito da Antonio da Sangallo il Vecchio per papa Alessandro VI, tra il 1501 ed il 1502, il forte coglie nelle sue strutture l’evoluzione delle armi da fuoco, che iniziano a diventare più leggere e con maggiore capacità di fuoco, rappresentando uno dei primi esempi di fortezza con quattro bastioni angolari.


Forte Sangallo prospetto del lato mare.

 

La struttura inferiore è formata da un basamento naturale di pietra arenaria (macco), rivestito da una fodera muraria, ed isolato con lo scavo su tre lati di un fossato. Le mura rettilinee superiori hanno uno spessore di circa cinque metri con rivestimento di mattoni.

Il mastio di forma quadrata è collocato nel mezzo del fronte mare. L’acceso al forte avviene dalla strada per mezzo di un ponte levatoio, impostato su tre arcate che scavalcano il fossato; in origine l’ingresso era sul fronte mare con una scala amovibile. Il piazzale interno sul quale si apre l’ingresso al mastio è caratterizzato da due loggiati che si sviluppano simmetricamente su due lati, ciascuno articolato in sei arcate.

Nel lato nord della coorte una scalea conduce al livello delle marciaronde, dominate da una torretta cilindrica, coperta da un cupolino, che un tempo serviva all’avvistamento delle imbarcazioni nemiche.

Una serie di stemmi riassumono una parte delle vicende edilizie del forte.
Il grande stemma papale in travertino in una parete laterale del mastio ed altri piccoli sugli architravi delle finestre e delle porte interne ricordano la costruzione voluta da papa Alessandro VI, Borgia. La loro parziale abrasione è opera della famiglia Colonna, quando dopo la morte del papa rientrarono in possesso del loro feudo di Nettuno dal quale erano stati usurpati dalla famiglia Borgia.


Stemma di Alessandro VI Borgia
committente dell’opera.

 

Importanti lavori di restauro furono compiuti sotto il pontificato di Paolo V Borghese (1601-1621), il cui stemma è posto sul parapetto nord del forte. Lo stemma sottostante bipartito dei Barberini – Colonna testimonia i lavori di riparazione eseguiti sotto il pontificato di Urbano VIII Barberini (1623-1644).

Nel pontificato di Alessandro VII Chigi venne realizzata una merlatura a coda di rondine lungo il parapetto della parete est, oggi dominata dal suo stemma.

La trasformazione più significativa del forte è avvenuta negli anni venti del Novecento, quando l’architetto Carlo Busiri Vici lo adattò a lussuosa residenza per il barone Alberto Fassini Camossi.
La corte interna fu abbassata di circa un metro; il fossato, ripristinato nella sua antica quota, fu abbellito con vegetazione di tipo marino.
Il mastio venne regolarizzato, completando il secondo piano che fu concluso con un coronamento in tufo. Fu demolita la vecchia scala esterna che dalla spiaggia saliva all’ingresso originario del forte; venne invece ripristinato il ponte levatoio sull’ingresso dalla strada.
La torretta del bastione sud est fu trasformata in un confortevole appartamentino.
Le ali ad arcate del cortile furono adibite a funzioni diverse. Il porticato di sinistra fu lasciato aperto e vi fu allestita una piccola galleria museale; alla sua estremità un ambiente chiuso fu trasformato in cappella. L’ala opposta fu trasformata in salone di ricevimento; al disopra furono ricavati gli alloggi per la servitù.


Interno del Forte Sangallo.

 

Negli anni settanta del Novecento la fortezza venne in proprietà della società cinematografica Dear Film che intraprese lavori per la sua trasformazione in albergo. L’interno del mastio fu articolato in mini appartamenti; il bastione est fu forato per l’inserimento di un ascensore; nel cortile interno fu scavata una piscina.
La distruttiva operazione fu interrotta dal Comune di Nettuno che dopo l’acquisizione del forte nel 1990 intraprese ampi lavori di restauro, finalizzati ad un uso polivalente dell’edificio.

 

La Chiesa Collegiata

 


Foto notturna della Collegiata di San Giovanni.

 

La chiesa, dedicata ai Santi Giovanni Battista ed Evangelista, è stata realizzata nel 1748 dall’architetto Carlo Marchionni; il progetto originario, risalente al 1738, ha subito delle modifiche in corso d’opera per limitarne i costi.


Chiesa Collegiata.
Progetto di C. Marchionni

 

Ha preso il posto della medievale chiesa di Santa Maria Assunta, che a sua volta aveva sostituito una più antica chiesa paleocristiana eretta, per tradizione, nell’area di un tempio pagano, dedicato al dio Nettuno.

L’interno è a navata unica, coperta da una volta a botte lunettata, decorata con stucchi ed illuminata da ampi finestroni. Lungo le pareti sono disposte due cappelle per lato, coperte da volte a padiglione.
Completano la navata un fonte battesimale ed una cappella centrale, ricavata in epoca moderna dalla riduzione di un ambiente di servizio.

Nei restauri generali effettuati nel 1867 la volta della navata, sino allora semplicemente imbiancata, fu decorata dal pittore Andrea Monti di Genzano.
Tra il 1962 ed il 1965 la chiesa è stata sottoposta ad un profondo restauro che ne ha in parte alterato l’aspetto interno.
La vecchia cantoria, sovrastante l’ingresso, è stata demolita e sostituita con una più ampia struttura; la conca absidale ed il vano del fonte battesimale sono stati decorati con lastre di cemento marmorizzate; le pareti, arricchite nel fregio da bassorilievi, sono state rivestite con marmi colorati.

Nella chiesa sono conservate sei pale d’altare; quella dell’altare maggiore, raffigurante la Madonna Assunta fra i Santi Giovanni Battista ed Evangelista, datata 1739, è firmata dal pittore viterbese Vincenzo Strigelli (1713-1769). Altra opera firmata è la Madonna del Rosario di Geremia Rovari nella cappella del Sacramento.


Pala centrale dell’altar maggiore,
raffigurante la Madonna Assunta
fra i Santi Giovanni Battista ed Evangelista.


La tela della cappella attigua con la Vergine Immacolata ed i Santi Vincenzo Ferreri e Luigi Gonzaga è attribuita al pittore lucchese Pompeo Batoni (1708-1788).
La pala dell’altare con l’Arcangelo San Michele è una libera copia del dipinto eseguito intorno al 1635 da Guido Reni per la Chiesa dei Cappuccini di Roma. Nella cappella della famiglia Soffredini, l’altare, realizzato come il pavimento con marmi romani antichi, è sovrastato da un Gesù Crocefisso con Maddalena, di autore ignoto.

Nel vano d’ingresso della sacrestia è conservato il Martirio di San Biagio, proveniente dall’omonima chiesina campestre, distrutta nel 1860; l’opera è attribuibile a Pier Francesco Mola (1612-1666) o alla sua scuola. Nella cappella centrale è stato ricostruito l’altare, in parte quattrocentesco, dell’Oratorio del Carmine che sino al 1936 occupava una parte dell’attuale Piazza S. Giovanni.

 

Chiesa di San Francesco

La chiesa occupa parte dell’area di un edificio di età romana, che doveva aprirsi sulla vicina Via Severiana; un tempo limitava a ponente il borgo fuori le mura. Era in origine intitolata a San Bartolomeo Apostolo, ma a partire dal XIII secolo assunse anche il nome di San Francesco, al quale la chiesa era stata donata durante una sosta a Nettuno di un suo viaggio a Gaeta.


Chiesa di San Francesco.

 

Nel terreno adiacente oltre al convento dei frati francescani vi fu il primo cimitero cittadino, spostato durante la peste del 1656 accanto alla chiesina di San Nicola, oggi non più esistente.

L’edificio ha subito nel corso dei secoli molteplici interventi e nulla rimane del suo impianto architettonico medievale.
Sino alla metà del Seicento aveva due navate, e nel suo pavimento erano incastrate alcune lastre sepolcrali con i nomi dei cittadini nettunesi, che nel 1494 avevano preso parte alla battaglia di Campomorto contro Alfonso d’Aragona.

Nel 1660 la chiesa si presentava a tre navate e con otto altari secondari, sei laterali e due centrali. Nel 1871 l’antico pavimento venne distrutto e sostituito con uno in marmo; due anni dopo il padre guardiano Luigi Mirabelli commissionava nuovi lavori tra cui, come ricorda l’iscrizione collocata sul portale d’ingresso, l’erezione dell’attuale facciata; durante questo intervento gli altari laterali furono ridotti a quattro.

Tra il finire del Novecento e l’inizio di questo nuovo secolo, oltre ad interventi nella pavimentazione, al restauro del tabernacolo e al consolidamento del campanile, sono stati eliminati gli altari laterali.

Nell’interno della chiesa sono conservate alcune antiche iscrizioni, in genere seicentesche, che testimoniano l’attenzione dei nettunesi verso questa loro chiesa; la più antica ricorda una donazione, con obbligo di messe, fatta da Francesco Trippa.

Un lascito testamentario di Giacomo Sacchi, richiamato in un’iscrizione del 1608, rende in parte ragione della presenza sull’altare maggiore della pala del pittore Andrea Sacchi (1599-1661), adottato dal nettunese Domenico Sacchi, a sua volta con probabili rapporti di parentela con Giacomo.


Chiesa di San Francesco, Sant’Antonio Abate

 

La tela raffigura la Madonna di Loreto fra i Santi Bartolomeo, Giuseppe, Francesco e Rocco. Nella parete interna della facciata, a destra e sinistra del portale d’ingresso, sono conservati due affreschi quattrocenteschi: un Sant’Antonio Abate benedicente, da ricondurre alla cerchia del Maestro Caldora, ed una Madonna con Bambino fra due Angeli, da attribuire a Maestro Petrus. La grande tempera che domina la parete destra, raffigurante la Battaglia di Lepanto, è opera del nettunese Giuseppe Brovelli Soffredini (1863-1936). Al primo decennio dello stesso secolo si possono invece datare gli affreschi della parete opposta che decoravano la cappella del Sacro Cuore con il Cristo Pastore nella lunetta, la Veronica e Santa Chiara ai lati dell’altare, oggi non più esistente.


Tempera raffigurante “La Battaglia di Lepanto”
di Giuseppe Brovelli Soffredini.

 

 

Chiesa di Santa Maria del Quarto

La chiesa, sulla via che permetteva di raggiungere il feudo di Campomorto, ha sostituito nei primi decenni del Seicento un più modesto sacello, la cui esistenza è documentata almeno dal secolo precedente.


Chiesa di Santa Maria del Quarto.

 

Alla costruzione della nuova chiesa contribuirono con le loro offerte i nettunesi ed il vescovo di Albano, ma la proprietà rimase assegnata alla sola curia di Albano; curatori dell’opera furono i nettunesi Leonardo Trippa e Ferdinando De Baptistis. Una cappella della chiesa fu edificata a spese del solo Leonardo Trippa. Un anno dopo l’inizio dei lavori il Comune di Nettuno deliberò di costruirvi accanto un convento, e mise a disposizione la somma di 1500 scudi.

La nuova opera fu affidata a Francesco Segneri e a Niello della Corte che comprarono il terreno a loro spese. Il complesso fu terminato alla fine del 1621 e papa Gregorio XV venne a benedirlo.


Stemma di Nettuno nel timpano
di Santa Maria del Quarto.

 

Nel 1627 fu necessario intervenire sulla chiesa con importanti opere di restauro. Francesco Segneri e suo fratello riedificarono l’abside.

Il convento dopo essere stato abitato per un certo tempo fu abbandonato verso il 1660.

La chiesa non ebbe sorte migliore: nel 1762, quando era ormai in completa rovina, il vescovo di Albano l’affidò al Capitolo di San Giovanni, ma l’edificio rimase chiuso al culto sino al 1855, quando dopo un completo restauro il Comune di Nettuno lo trasformò in chiesa cimiteriale.

La chiesa, a navata unica, è oggi tenuta in uno stato decoroso, ed oltre ad alcune iscrizioni risalenti tempo della sua erezione, tra le quali la lapide sepolcrale della famiglia Segneri, non conserva cose degne di nota.

Nei restauri iniziati nel 2001 e conclusi il 22 marzo 2002 con la ricostruzione dell’altare è riapparso l’affresco, ormai quasi illeggibile, del primitivo sacello.

L’elegante facciata, disegnata dall’architetto Carlo Fontana, risale al 1700: è caratterizzata da quattro parastate lisce che la spartiscono verticalmente.

Al centro si apre un portale in marmo in stile barocco con volute laterali e timpano spezzato, sormontato da un cartiglio sul quale si eleva una croce. Al centro del timpano superiore vi è lo stemma di Nettuno fatto apporre nel 1916 dal Comune.

 

Santuario di Santa Maria delle Grazie e di Santa Maria Goretti

Il santuario che occupa le prime pendici dell’altura che limita a levante la foce del fiume Loricina è il risultato di complesse vicende edilizie, che, da una modesta chiesina, hanno impegnato i Padri Passionisti per quasi tutto il Novecento.


L’antica chiesina dell’Annunziata, fine ‘800.

 

La chiesina era quella cinquecentesca dell’Annunziata che per prima ha accolto la statua lignea della Madonna delle Grazie, conosciuta un tempo come Madonna di San Rocco, dalla confraternita che aveva nella chiesa la sua sede.

Dopo essere stata ceduta in uso perpetuo ai Padri Passionisti nel 1889, fu abbattuta come pericolante nel 1909.

Nello stesso anno iniziarono i lavori di costruzione della nuova chiesa che, aperta al pubblico nel 1914, fu consacrata solennemente nell’Ottobre del 1931. In stile eclettico, aveva tre navate con 12 archi che poggiavano sopra fasci di pilastri, e sei cappelle laterali.


Chiesa di San Rocco, anni trenta.

 

Il presbiterio era separato dal corpo delle tre navate da una balaustra in marmo.

La statua della Madonna, insieme a quelle di San Sebastiano e di San Rocco, che ne avevano accompagnato la venuta a Nettuno, furono collocate dietro l’altare maggiore in tre nicchie ricavate da un muro, davanti al quale fu posto un trittico di legno in stile gotico, dipinto a finto mosaico.

Il campanile, ancora esistente, è una struttura in stile romanico di m. 32 di altezza, in mattoni e cortina, a ripiani, cornicioni ed ornamenti di travertino.

Sotto la spinta del culto crescente per Santa Maria Goretti, i Padri Passionisti deliberarono l’ampliamento e la trasformazione della chiesa in un santuario.

Il progetto dell’architetto Donato Sardone comprendeva la costruzione di una cappella per la Santa, il completamento della facciata con un portico, la sistemazione del piazzale davanti la chiesa e la costruzione di una casa per le suore addette al santuario.

Il vecchio trittico in legno dell’altare maggiore fu sostituito da un trono in marmo dove la statua della Madonna fu inserita senza il talamo di mogano e senza gli accessori devozionali; le statue di San Rocco e di San Sebastiano, furono collocate nelle due nicchie degli altari laterali, a destra e a sinistra dell’altare maggiore.

L’abside fu rivestito di un mosaico vetroso; nel catino absidale furono inseriti tre medaglioni nei quali due angeli affiancavano l’Agnus Dei.

Dieci anni dopo la conclusione dei lavori di questo santuario, la cui inaugurazione avvenne il 2 Ottobre 1960, fu deliberato l’abbattimento e la costruzione di un nuovo corpo centrale; oltre al campanile ed alla cappella di Santa Maria Goretti, fu conservata la sola facciata, elevata di alcuni metri.

Rilevanti cambiamenti architettonici ed artistici, sia nella basilica che nella cripta di Santa Maria Goretti, sono stati effettuati nel quadriennio che va dal 2002 al 2006; tra questi la realizzazione del nuovo altare e la pavimentazione della basilica, opera dell’architetto Paola Jecco.


L’attuale chiesa di N. S. delle Grazie.

 


OPERA APPARTENENTE AL FONDO BIBLIOGRAFICO
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