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NETTUNO
LA SUA STORIA

 

Giancarlo Baiocco - Laura Baiocco
Eugenio Bartolini - Chiara Conte
Maria Luisa Del Giudice - Francesco Di Mario
Agnese Livia Fischetti - Arnaldo Liboni
Vincenzo Monti - Rocco Paternostro
Alberto Sulpizi - Laura Zecchinelli

 

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IL TERRITORIO IN ETA' ROMANA

Chiara Conte

 

In età romana il territorio di Nettuno faceva parte di quello di Antium. La posizione favorevole, su un’alta costa di pietra arenaria, il macco, da cui dominava il mare, e soprattutto la presenza di un porto, avevano determiato il fiorente sviluppo di Antium, che, già nella fase preromana, era divenuta uno dei centri più potenti della costa laziale. Punto di partenza e di arrivo di importanti traffici marittimi, Antium rappresentava, inoltre, il collegamento delle città dell’entroterra laziale con il mare, fondamentale sia per lo svolgimento delle attività commerciali che per la transumanza, che dall’Appennino scendeva verso la costa.


Pianta dell’Anzio preromana, attribuita a Luigi Tomassetti.

 

ANTIUM

L’antica città di Antium fu fondata probabilmente tra il X e l’VIII secolo a.C. Tradizioni leggendarie fanno risalire le sue origini a personaggi mitici (Anteo, figlio di Ulisse e Circe, o Ascanio, mitico fondatore della città di Albalonga).

Importanti dati archeologici confermano la presenza nella zona di insediamenti di età protostorica, quando la popolazione viveva in piccoli villaggi stanziati sulle varie alture presenti nel territorio anziate. Tra il IX e il VII secolo a.C. tutte queste comunità si riunirono sul colle delle Vignacce, tra tutti il meglio difendibile per le sue caratteristiche naturali, dando vita così ad un oppidum, munito di fortificazioni ad aggere, costituite da un terrapieno rinforzato da un muro in opera quadrata di tufo e completato da un fossato.

Anzio: immagini di resti della Villa Imperiale.

 



Are marmoree, indicate come provenienti da un tempio dedicato al dio Nettuno.


Anzio; il faro costruito sui resti della Villa Imperiale.

Da questo semplice centro protourbano si sviluppò la città vera e propria, con acropoli sul colle delle Vignacce e caratterizzata dalla presenza di un porto, il Caenon, l’ubicazione del quale è ancora oggi argomento di discussione tra gli studiosi. Secondo una delle ipotesi il Caenon era collocato nell’odierna Nettuno, città confinante con Anzio, in corrispondenza della foce del fiume Loracina (attuale Loricina) o nel sito oggi occupato dal borgo medievale, dove forse era anche un tempio dedicato al dio del mare, che in seguito, intorno al X secolo d.C. circa, diede il nome a tutto l’abitato. Questa tesi si basa innanzi tutto sull’interpretazione delle fonti letterarie, dalle quali si apprende che il nome Caenon designava non solo il porto degli Anziati, ma un oppidum vero e proprio, dipendente da Antium, ma da esso distinto e collocato nelle sue immediate vicinanze, probabilmente nel sito di Nettuno; inoltre si basa sulla presenza nel territorio di Nettuno del fiume Loricina (allora di portata ben maggiore dell’esile corso attuale) e, paradossalmente, sul significato del nome stesso del porto, Caenon, cioè fangoso, ad indicare un semplice “ricovero per navi”, poco profondo e di natura addirittura paludosa. L’altra ipotesi colloca il Caenon nei pressi dell’attuale Capo d’Anzio, nel sito poi occupato dal porto neroniano. Questa tesi si basa sull’opportunità della scelta del luogo più adatto per ospitare un porto, confermata dalle successive localizzazioni (il porto neroniano prima, il porto moderno poi, nel XVIII secolo).
La felice posizione di Antium, collocata allo sbocco di importanti strade e situata sul mare, in prossimità di una rada di facile approdo, favorì la crescita della città che divenne sempre più ricca e potente, anche grazie agli intensi scambi commerciali, resi possibili dalla presenza del porto. Quest’ultimo infatti era uno dei maggiori punti di forza degli Anziati, che potevano contare su una potente flotta navale, temuta in tutto il Mediterraneo per le frequenti azioni di pirateria e rappresentava inoltre lo sbocco a mare di città dell’entroterra laziale, come Praeneste e Velitrae.

 


Sistema viario anziate
in età romana.


Anzio; resti della Villa Imperiale.

Verso la fine del VI secolo a.C., dunque, Antium era considerata una delle più importanti città del Lazio e le sue navi percorrevano tutte le rotte commerciali allora conosciute. Nel I trattato stipulato tra Roma e Cartagine, nel 509 a.C., Antium compare nella lista delle città alleate di Roma; ciò dimostra che allora essa era soggetta alla potenza romana, ma già tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C., dovette essere conquistata dai Volsci, divenendone così uno dei capisaldi nel Latium vetus. Anche in questa fase, comunque, Antium mantenne, in parte, il suo carattere di città marinara, pur essendo quello volsco un popolo di origine pastorale e montanara. La direzione delle attività marittime, infatti, fu probabilmente affidata a famiglie autoctone di ceppo latino. Numerosi furono gli scontri fra Volsci e Latini nel corso del V secolo a.C. per il dominio sul territorio laziale. In aiuto dei Latini intervenne Roma, che vedeva nella potenza volsca una minaccia per la sua stessa sopravvivenza e in Antium una rivale nel dominio costiero e marittimo. Nel 468 a.C. la città fu presa dai Romani, che, a quanto dicono le fonti, vi dedussero una prima colonia.
Ma già nel 461 a.C. i Volsci si ribellarono di nuovo a Roma. Le guerre che ne seguirono continuarono per quasi tutto il IV secolo a.C. fino alla vittoria definitiva dei Romani, nel corso della guerra Latina, nel 338 a.C. Il console C. Menio sconfisse i Volsci presso il fiume Astura e riuscì ad espugnare Antium; le navi degli anziati furono distrutte e i loro rostri furono portati a Roma nel Foro e qui infissi nella fronte della tribuna pubblica, che proprio da questo singolare ornamento prese il nome di rostra. Si procedette alla deduzione di una colonia romana che mantenne il nome di Antium; gli Anziati superstiti ottennero il diritto di cittadinanza, ma la città, pur mantenendo una certa importanza, proprio per la sua collaudata esperienza cantieristica e navale, fu privata del suo porto.

Roma volle così eliminare una volta per tutte il pericolo rappresentato dalla tenace Antium e dai suoi temibili pirati.

In seguito, con l’aumentare del numero degli abitanti, la città, che aveva occupato in un primo momento lo stesso sito dell’Antium latino- volsca, si estese fuori della cerchia primitiva, ad occidente fino all’odierna Tor S. Lorenzo e ad oriente fino ad Astura, su tutto il territorio ora occupato dalle due città di Anzio e Nettuno.

Negli ultimi secoli della Repubblica, poi, Antium assunse sempre più il carattere di luogo di villeggiatura, destinato allo svago e al riposo dei nobili romani, che ne apprezzavano la mitezza del clima, la bellezza e la salubrità dell’aria. A partire dalla fine del II secolo a.C., il litorale da Tor S. Lorenzo a Torre Astura, si popolò di splendide ville; il possedere una villa in Antium divenne ben presto una moda. Anche Cicerone fu tra coloro che scelsero il mare anziate e si fece costruire in Antium una lussuosa villa con annessa biblioteca; e ugualmente fecero Attico, Mecenate, Lucullo, Bruto e Cassio. Gli stessi imperatori, in particolare Augusto, Tiberio, Caligola, Nerone, Domiziano ed Adriano, scelsero Antium come luogo di ozio e vi edificarono ville e sontuosi edifici.

Soprattutto sotto Caligola e Nerone, che qui ebbero i loro natali, la città ricevette grande impulso; e conobbe il suo massimo splendore proprio con Nerone, che nel 60 d.C. vi dedusse una colonia di veterani, probabilmente nei pressi dell’attuale Capo d’Anzio, e vi fece costruire templi, circhi, impianti termali, una superba villa e un grande porto, rendendola una delle città più celebri dell’epoca. La tradizione letteraria e i resti archeologici documentano la ricchezza dell’Antium imperiale, che dovette restare tale almeno fino al IV secolo d.C.


Il complesso di punta Astura
con il porto e la villa marittima.

Moneta di Nerone con rappresentazione
della flotta e del dio Nettuno.


L’ arrivo dei Goti nel Lazio, all’inizio del VI secolo, e in seguito le incursioni saracene, segnarono la decadenza della città, che venne saccheggiata e distrutta. Gli Anziati sopravvissuti alle invasioni barbariche si fortificarono nella zona meglio difendibile del territorio, a Nettuno, dove oggi sorge il borgo medievale, attorno al tempio del dio del mare, dando vita ad un nuovo centro, che sostituì l’antica Antium anche nel nome. Il nuovo agglomerato mantenne tuttavia anche il possesso del vasto territorio dell’Antium romana, dall’attuale Lavinio ad Astura. A partire probabilmente dal VII secolo, il nome della città, erede della potente Antium, fu Neptunus, in onore del dio del mare.

Comunque, il primo documento che attesta il nome di castrum Neptuni è firmato da uno dei conti di Tuscolo e si data tra X e XII secolo d.C. È chiaro, dunque, che, a partire dall’età romana Anzio e Nettuno costituirono un unico centro, denominato dapprima Antium, e successivamente, dopo le invasioni barbariche del VI-VIII secolo, Neptunus. Quest’ultima continuò la storia di Antium, dalla sua caduta fino al XIX secolo, quando, dopo la costruzione del porto innocenziano nel XVIII secolo, la moderna Anzio fu costituita in Comune
autonomo (1857-1858).

 

 

 

ASTURA

 


Foce del fiume Astura.


M. T. Cicerone.

Nelle immediate vicinanze di Antium, sorgeva Astura, presso il fiume omonimo. Nata come scalo portuale dell’antica Satricum, cui era collegata dal fiume stesso, Astura dovette avere, proprio per la sua ubicazione, grande importanza commerciale; non è escluso che in età arcaica, vi sorgesse un centro abitato. Servio, infatti, la definisce oppidum e la Tabula Peutingeriana vi colloca un villaggio, che costituiva anche una stazione della via Severiana, la strada che correva lungo la costa; Plinio invece parla di Astura solo come flumen et insula e Strabone la ricorda come punto di approdo costiero e come statio delle navi anziati dopo la distruzione, nel 338 a.C., del porto Caenon ad opera dei Romani. Che si possa parlare o no di abitato, la cosa certa è che la località era collegata alla costa anziate per mezzo di un percorso viario che congiungeva le numerose ville costiere e marittime che popolavano il litorale.
A partire dall’età romana Astura rappresentò il prolungamento e il confine ad oriente della colonia di Antium e per la sua amenità fu, alpari di Antium, un luogo molto amato dai nobili romani, che la scelsero per costruirvi le loro ville d’otium. Lo stesso Cicerone ve ne possedeva una; sappiamo da Plutarco che nel 43 a.C., quando gli fu annunciato il decreto di proscrizione, si rifugiò qui con il fratello Quinto e s’imbarcò poi per raggiungere Bruto in Macedonia, ma si fermò a Formia dove venne ucciso. Anche in epoca imperiale Astura fu molto frequentata. Svetonio racconta come il luogo fosse stato fatale ad Augusto, che qui contrasse la malattia che lo condusse alla morte; lo stesso destino toccò anche a Tiberio, che, resosi conto del suo male, abbandonò in fretta il luogo per morire poco tempo dopo a Capo Miseno. Da Plinio apprendiamo che anche Caligola amava recarsi ad Astura e che quando s’imbarcò da qui per recarsi ad Antium, una remora, un piccolo pesce ritenuto di cattivo augurio, si attaccò al timone della sua nave; questo fu considerato sicuro presagio della sua prossima morte, che infatti avvenne dopo breve tempo a Roma. Il luogo fu probabilmente abbandonato tra il VI e il VII secolo, in seguito alle invasioni barbariche.
La zona è interessante soprattutto per i numerosi resti delle ville costruite in età romana.

 

LE VILLE ROMANE SULLA COSTA TRA NETTUNO E TORRE ASTURA

I resti delle ville che in età romana popolavano il tratto di costa tra Anzio e Torre Astura costituiscono la testimonianza più interessante che il territorio ci offre. Si tratta per la maggior parte dei casi di villae maritimae, cioè di ville con peschiera, il cui sviluppo nel mondo romano si inserisce all’interno della diffusione delle cosiddette ville d’otium, che ha inizio nel II secolo a.C. A partire da questo momento, infatti, la villa suburbana venne concepita dai Romani non più solamente come centro di produzione agricola, come era stato fino ad allora, ma come luogo di riposo e di piacere per l’aristocrazia romana.

 


Astura; due immagini del ponte romano.



Il castello di Astura;
occupa la parte più esterna della peschiera romana.

Le ville divennero così molto spesso dei veri e propri complessi residenziali di lusso, con parchi e giardini, all’interno dei quali si trovavano tempietti, edicole, edifici per spettacoli, triclini estivi, fontane, ninfei e ambienti termali, il tutto finalizzato al piacere e al divertimento del proprietario e dei suoi ospiti. Di carattere preminentemente residenziale, esse erano però nella maggior parte dei casi legate anche ad attività di tipo industriale, come la lavorazione dell’argilla o l’allevamento e stabulazione del pesce. Le prime ville marittime sorsero a partire dal I secolo a.C., quando tra i nobili romani si diffuse l’uso di
tenere, entro grandi peschiere appositamente costruite, allevamenti di fauna ittica. Fu così che, tra I secolo a.C. e I secolo d.C., il possedere una villa con peschiere divenne non solo una moda, ma ben presto anche un simbolo di ricchezza e di prestigio personale. Si trattava nella maggior parte dei casi di impianti grandiosi e costosissimi, spesso costruiti direttamente sulla costa e destinati all’allevamento di pesci d’acqua salata, tra cui anche specie ittiche rarissime. I pesci d’acqua dolce venivano ormai disdegnati come adatti unicamente alle tavole dei poveri, mentre quelli di mare non potevano mancare nei pranzi di una certa importanza. In età imperiale la passione per la piscicoltura si diffuse ulteriormente.

Le ville più importanti, con le loro peschiere, divennero proprietà dell’imperatore e di membri della famiglia imperiale. La piscicoltura, oltre ad essere un hobby molto costoso, spesso poteva rivelarsi anche un investimento oculato per i proprietari. Gli autori latini ci informano su come dovessero essere costruite le peschiere (in latino piscinae) e quali fossero gli accorgimenti tecnici per far sì che l’allevamento ittico fosse redditizio. Infatti spesso queste piscinae erano veri e propri impianti di tipo industriale e costituivano, dunque, un’importante fonte di guadagno per il proprietario.

La peschiera di Torre Astura, ad esempio, con la sua vasta estensione e la sua struttura complessa, sembra avesse tale destinazione. Sappiamo che esistevano vasche diverse adatte ai vari tipi di pesce: poco profonde e sabbiose per pesci piatti, come la sogliola e il rombo; più profonde e con qualche scoglio per le murene. Si consigliavano, in particolare, le specie più rare e perciò più redditizie, mentre si escludevano quelle ritenute inadatte alla
vita in cattività. Se il fondo era ricco di limo l’allevamento poteva estendersi anche ai molluschi: murici, pettini, ostriche. A seconda dei pesci che vi si dovevano allevare inoltre le vasche variavano anche per forma e dimensione.

 


Astura;
zona centrale della peschiera.

Litorale di Astura;
resti di una villa romana.

 

Le ville di Nettuno

Sono documentati resti di peschiere che indicano la presenza di almeno tre ville marittime sul litorale di Nettuno. Purtroppo sono oggi scomparse, distrutte con la costruzione delle dighe costiere intorno al 1960, e nello lo scavo del bacino di ponente del porto turistico di intorno al 1983. Ne conosciamo la struttura grazie alla documentazione grafica di uno studioso, Luigi Jacono, che descrisse e rilevò tutte e tre le peschiere nei primi anni del XX secolo, quando esse erano ancora visibili.

 


Posizione delle ville romane tra Nettuno ed Astura.

 

 

Le ville di Astura


Astura; resti della Villa Imperiale.

La fascia costiera situata ad ovest del fiume Astura si presenta popolata da numerosi resti di ville di età romana, alcune delle quali corredate da peschiere; essa si trova all’interno del poligono militare del C.E.A. (Centro Esperienza Artiglieria), condizione che ha favorito la conservazione delle strutture antiche, proteggendo la zona dalla pressione edilizia e da altri interventi che potevano risultare dannosi.
Sono state individuate sette ville, delle quali ancora poco si conosce riguardo alla parte collocata nell’entroterra, la cosiddetta pars rustica. È probabile che resti di strutture ad esse attribuibili giacciano sotto le dune costiere e la pineta retrostante.

 

La villa marittima di Torre Astura


All’estremità meridionale della punta di Astura sono visibili i resti di una grandiosa villa marittima. Essa è stata attribuita, soprattutto fino al XIX secolo, a Cicerone, sulla base di alcune sue lettere che provano l’esistenza di una sua villa ad Astura, ma l’identificazione è da ritenersi poco probabile ed anzi forse da escludere.
La villa marittima si articola in due sezioni distinte: una collocata sulla terraferma, oggi completamente ricoperta da dune e pressoché irriconoscibile ed una situata su un’isola artificiale, circondata su tre lati da una grande peschiera. Il settore residenziale insulare è collegato alla terraferma per mezzo di un ponte che serviva anche da acquedotto per il trasporto di acqua dolce alla peschiera, necessaria per mitigare la salinità dell’acqua e, dunque, garantire la sopravvivenza della fauna ittica.


Pianta della peschiera
di Astura.

La peschiera di Astura
secondo un rilievo ottocentesco.


La peschiera ha forma quadrangolare e presenta nella zona centrale un recinto, diviso in tre sezioni: quelle laterali, delle quali quella orientale risulta insabbiata, hanno scompartimenti a losanghe; la mediana doveva invece essere costituita da strette vasche. Aperture nei muri delle vasche collegavano tra loro le tre sezioni, favorendo il movimento dei pesci e la circolazione dell’acqua all’interno dei bacini. La maggior parte della peschiera consiste in un grande specchio d’acqua, privo di suddivisioni interne. Sul lato rivolto a mare, essa presenta un avancorpo aggettante su cui oggi sorge la Torre di Astura.


Arcata del ponte che univa la villa marittima
di Astura alla terraferma

Esso è costituito da vasche rettangolari ed è attraversato da un canale, che mette in collegamento la peschiera con il mare, attraverso il quale i pesci venivano catturati e immessi nelle vasche rettangolari. L’acqua del mare entrava nella piscina anche attraverso molteplici aperture ricavate nella diga perimetrale, mentre l’acqua dolce, trasportata dal ponte-acquedotto, veniva distribuita nelle varie sezioni della peschiera attraverso un sistema di canali e cisterne. Il perimetro del grande bacino centrale della peschiera, è sottolineato da 22 vasche rettangolari, situate a ridosso della parete interna della diga di protezione. Le dimensioni notevoli della peschiera suggeriscono una probabile connessione ad un’attività di tipo industriale.

L’analisi delle strutture della parte residenziale insulare della villa ancora oggi visibili, indica che essa fu costruita tra gli ultimi anni della Repubblica ed i primi dell’Impero. Nel I secolo d.C., in una fase successiva, la villa fu dotata di un porto, caratterizzato da due poderosi moli curvilinei, radicati alla parte insulare di essa. Oltre all’aggiunta del porto in età imperiale, interventi di ampliamento, effettuati probabilmente intorno al 100 d.C. e poi in età tardo antica, riguardarono il settore residenziale insulare, che si estese cancellando parte della peschiera.

 

La villa marittima di Banca


Pianta della peschiera
di Casa Banca.

La villa che sorgeva sul tratto di costa situato a circa 1,6 km a nordovest dell’attuale zona di Torre Astura, oggi è quasi interamente inghiottita dalle dune costiere. I resti più importanti e significativi sono quelli della peschiera della villa scavata in un banco roccioso gradualmente eroso ed insabbiato. La struttura ha pianta rettangolare con un muro al suo interno che la divide in due vasche uguali, circondate ai lati da banchine; è protetta da un molo, il cui lato occidentale per un breve tratto prosegue verso terra dove poi scompare sotto la sabbia. Una piccola apertura nel muro di separazione delle due vasche permetteva la necessaria circolazione dell’acqua all’interno della peschiera; la vasca più a sud conserva al centro parte di un muro.

La cosiddetta “Casa Banca”, costruzione moderna che ha dato il nome alla località, è impiantata su due ambienti antichi, coperti con volte a botte e utilizzati come cantina. La villa è stata datata all’età augustea (27 a.C.-14 d.C.).

 

La villa marittima di Saracca


Resti della peschiera semicircolare della Saracca.


Pianta della peschiera semicircolare.


La peschiera in un rilievo del Settecento

La villa e la peschiera in località Saracca sono situate a circa 2 km a nord-ovest da Torre Astura. La maggior parte della villa è nascosta dalle dune costiere da cui emergono solo alcuni muri. La peschiera, fondata su un banco roccioso, particolarmente adatto all’allevamento ittico, risulta totalmente insabbiata nella zona più vicina alla riva; ha forma semicircolare ed è protetta da una diga perimetrale. Al centro di quest’ultima si sviluppa un canale proteso verso il mare aperto, esterno alla peschiera; all’interno vi sono due vasche minori: una ovale ed una rettangolare. In queste due vasche erano sistemate delle apparecchiature particolari, utilizzate sia per la cattura del pesce che entrava nel canale, sia per impedire l’uscita verso il mare aperto del
pesce allevato nella peschiera. L’interno della peschiera consta di tre file concentriche di vasche rettangolari e, forse, di un grande bacino centrale, privo di vasche minori. In corrispondenza del canale è presente un bacino a forma di esagono, la cui funzione principale era quella di imprigionare i pesci attraverso delle reti qui appositamente sistemate. La vasca esagonale e il canale funzionavano, dunque, come degli excipula, cioè dei recipienti destinati alla cattura del pesce ed inoltre garantivano il reflusso dell’acqua stagnante all’interno della peschiera, aspetto fondamentale sia per l’igiene che per il pesce stabulato Nell’interno del molo è ricavata la conduttura dell’acqua dolce: si tratta di un canale che permetteva di provvedere all’attenuazione del grado di salinità all’interno delle vasche. Le condizioni attuali in cui si trova la peschiera sono molto differenti da quelle dell’epoca in cui venne costruita. Infatti essa, oltre ad essere in parte insabbiata, risulta appena affiorante dal mare, a causa dell’aumento del livello marino rispetto all’età romana.
Per quanto riguarda la villa, i resti visibili sono scarsi; in corrispondenza della zone centrale della peschiera, si conservano due ambienti entrambi coperti con volta a botte e quasi totalmente interrati: uno dei due, la cosiddetta “Chiesola”, presenta una bella volta a botte decorata da cassettoni di stucco bianco (se ne conservano settantadue), delimitati all’esterno da una cornice ornata con un kyma lesbico, all’interno da una cornice ad ovoli e dentelli e recanti al centro rappresentazioni di motivi floreali.
In base alla tecnica utilizzata nella costruzione dei muri gli studiosi hanno datato la villa all’età augustea; alla stessa epoca risale la peschiera. Interventi successivi sono testimoniati dall’uso di tecniche edilizie differenti rispetto a quella della fase originaria, riscontrabili in alcune strutture pertinenti all’intero complesso, che dunque dovette avere una vita piuttosto lunga.

 

Le Grottacce, villa costiera

Si tratta di una grande villa costiera di cui si conservano tre gruppi di resti.
A) Resti di un edificio attribuibile alla prima età imperiale, con muri di terrazzamento in cementizio, alcuni dei quali rivestiti in opera reticolata.

B) Ambienti termali situati lungo la scarpata della spiaggia; si tratta di due muri, il primo costruito in opera reticolata e databile al I secolo a.C., il secondo in laterizio, entrambi pertinenti ad un ambiente absidato, che doveva essere riscaldato, come dimostra la presenza di suspensurae e tubuli. Nel muro di opera reticolata è presente una nicchia, successivamente chiusa. Si conservano inoltre altri muri in laterizio ed un prefurnio.

C) Resti relativi probabilmente ad un edificio di tipo industriale, come dimostrerebbe la presenza di una serie di scarichi di fornace, situati a breve distanza dal complesso. Dell’edificio si conservano un tratto di muro con cortina in reticolato e una serie di pilastri; si tratta probabilmente di un essiccatoio.
Queste strutture testimoniano dunque che la villa doveva essere collegata ad un vero e proprio settore industriale, connesso con la lavorazione dell’argilla.
Le descrizioni della villa fatte in passato da vari studiosi, che segnalavano ambienti con le pareti intonacate e dipinte e un pavimento in mosaico geometrico bianco e nero, indicano che essa doveva essere particolarmente lussuosa.


Villa delle Grottacce,
il prefurnio.

Villa delle Grottacce;
la zona industriale.

 

 

Il sistema viario e la «Torre del Monumento»

 

Per il territorio anziate in età antica è attestata l’esistenza di almeno tre assi stradali principali: il percorso Antium-Satricum; la strada costiera Hostis-Lavinium-Antium-Terracina e la via Lanuvium-Antium.
Di questi tre solo il percorso Lanuvium-Antium è oggi ancora individuabile perché parzialmente conservato nel territorio di Nettuno.
A questi andrebbero aggiunte la cosiddetta via Mactorina che da Praeneste e Velitrae raggiungeva Antium e la cosiddetta via Antiatina.

 


Resti della Via Lanuvina nel territorio di Nettuno.

La via Lanuvium-Antium
Nel Febbraio del 2002, in località La Campana, si è iniziato a riportare alla luce un tratto di strada romana con andamento parallelo all’odierna via Selciatella, identificato, dallo studioso G. M. De Rossi, con il percorso stradale che da Lanuvio giungeva al litorale di Anzio.
Tale strada costituiva, in età romana, uno degli assi principali del complesso sistema viario che collegava la zona costiera gravitante intorno ad Anzio con le città dell’interno.
I resti ancora visibili sono databili al II-I sec. a.C. e a tale epoca ci riconducono anche gli autori antichi che attestano l’esistenza di un tramite diretto tra Lanuvium e Antium in uso già dal I sec. a.C., anche se la creazione del percorso risale ad un’età più antica, forse all’VIII secolo a.C. Il percorso, che aveva andamento N-S, faceva parte di un sistema viario legato all’Appia, la regina viarum, e costituiva inoltre il più diretto tramite con i Colli Albani. La via partiva da Lanuvio e giunta nel territorio di Nettuno proseguiva poi verso la località La Campana e quindi verso il fosso dell’Armellino; attraversava poi la
zona dei Cioccati e dopo il piccolo ponte sul torrente Pocacqua (località Tinozzi), presentava una biforcazione: il ramo principale proseguiva verso Anzio; il ramo secondario, che costituiva una diramazione verso SE, proseguiva lungo l’odierna via di San Giacomo, continuava lungo l’attuale via Romana e giungeva, infine, al litorale di Nettuno. Questo tratto finale della via è indicato in alcuni documenti del 1500 col nome di “strada romana”, denominazione che conserva ancora oggi (attuale via Romana a Nettuno). Inoltre una seconda via, probabilmente, si distaccava dalla direttrice principale proveniente da Lanuvio, a circa 2 km prima di Torre del Monumento e si dirigeva direttamente a Nettuno.

Sappiamo da fonti locali che doveva essere ben più ampio il tratto di strada conservato a Nettuno, rispetto a quello che possiamo vedere oggi. In un documento di archivio del 1845 è registrata, infatti, la distruzione di alcuni tratti di essa. Al momento del ritrovamento effettuato nel 2002 la strada si presentava ricoperta da terriccio e sterpaglia, ma ben conservata, con una larghezza di circa m. 4 per una lunghezza di m. 300.

L’antica strada romana visibile a Nettuno, era nota già nel XVII e XVIII secolo, soprattutto grazie all’ottimo stato di conservazione in cui si presentava; e l’interesse crebbe nel XIX secolo, quando la via cominciò ad essere studiata soprattutto da topografi.


Tecnica costruttiva di una strada romana.

 

«La Torre del Monumento»


Torre del Monumento

 


Torre del Monumento
nel Novecento.
Georg Keil.


Torre del Monumento,
F. Volpi, 1726.

I resti di questo sepolcro monumentale noto come «Torre del Monumento» o «Torraccio» sono ancora oggi visibili a circa 5 km a nord del centro di Nettuno, in contrada Cadolino, sul lato settentrionale della Via del Pino, circa 700 m. dall’incrocio di questa con Via dell’Alberone, lungo quella che in età antica costituiva, probabilmente, una diramazione della direttrice viaria che collegava Antium e Lanuvium.
Il monumento funerario ha suscitato l’interesse di molti studiosi che lo hanno descritto e in alcuni casi anche disegnato. Si presenta quasi nello stesso stato di conservazione da loro tramandatoci: è composto da un dado di base di circa m. 6 di lato su cui poggia un corpo cilindrico ad elementi sovrapposti; è privo della sommità e la sua altezza è di circa m. 7. AG. Giovannoni si devono un’accurata descrizione e una ricostruzione grafica secondo cui il monumento, a tre piani, è inseribile nella tipologia dei sepolcri di età romana ad elementi sovrapposti, detti anche a edicola a più piani.
Esso è costituito da un basamento quadrato cui segue un corpo tronco conico su cui poggia un elemento cilindrico decorato con semicolonne, coronato in cima da una cuspide. Sul lato occidentale, a circa m. 2,50 di altezza esisteva l’incasso che ospitava la tabella con l’iscrizione.
Il monumento inizialmente è stato datato all’età giulio-claudia (27 a.C.- 68 d.C.) per le caratteristiche architettoniche ed edilizie, ma, successivamente, la fine del I secolo d.C. è stata ritenuta la datazione più attendibile. Infatti, la particolare tecnica muraria utilizzata nel dado di base del monumento è impiegata in costruzioni di Pompei successive al terremoto del 62 d.C.
Il monumento appartiene al folto gruppo di sepolcri a edicola a più piani, caratterizzati da un alto zoccolo coronato da un’edicola, molto diffusi nel mondo romano a partire dal II sec. a.C., e derivanti da precedenti ellenistici. All’interno di questa tipologia, poi, le varianti possono essere molteplici, soprattutto nella realizzazione dell’edicola che ha la funzione di baldacchino, in genere destinato ad accogliere l’immagine del proprietario della tomba. Fin dall’inizio questi sepolcri presentano una decorazione architettonica molto varia e ricca, con fregi, capitelli figurati.
In conclusione, il monumento di Nettuno è inseribile nella variante a tre piani con edicola a tholos probabilmente con decorazioni di vario genere o anche ritratti del defunto, inseriti tra una colonna e l’altra.

 

 

 

 


Torre del Monumento vista da Y. Orer.

 


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