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MILLECINQUECENTO

Marcantonio Colonna
e l'antico Statuto di Nettuno

a cura di
BENEDETTO LA PADULA
e
VINCENZO MONTI

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10 - FILIPPO MORETTO
E LA BATTAGLIA DI NETTUNO
ALBERTO SULPIZI


Papato di Paolo IV

Giampiero Carafa nasce a Sant'Angelo della Scala (Avellino) nel 1476, dal ramo beneventano della nobile famiglia dei Carafa di Napoli e viene educato dallo zio cardinale Oliviero Carafa. Pur vivendo nella corrotta corte papale, il giovane Carafa si mantiene irreprensibile e rigoroso nei suoi costumi.

Nel 1524 il Carafa, già prossimo alla porpora cardinalizia, decide di rinunciare, nelle mani di Clemente VII, al vescovado e si ritira a vita solitaria; distribuisce i suoi averi ai poveri e presta la sua opera nel periodo della peste a Roma nel 1525. Richiamato da Paolo III a Roma, nel 1536, sebbene riluttante, accetta la nomina a cardinale. La sua elezione alla suprema carica della Chiesa, col nome di Paolo IV, non è facile per i soliti contrasti tra le fazioni, l'imperialista e la francese; la prima osteggiava l'elezione del cardinale Carafa perché apertamente ostile all'imperatore Carlo V. Papa di austera condotta, siede alla cattedra di Pietro dal maggio 1555 all'agosto 1559. Appena eletto, Paolo IV si mostra principalmente interessato alla politica, mirando soprattutto a rialzare il prestigio della Santa Sede, cercando di contrastare e combattere gli spagnoli in Italia.

La pace di Augusta nel 1555, con cui Carlo V concede la libertà religiosa ai luterani aderenti alla confessione augustana, autorizza lo scisma religioso in Germania ed acuisce l'astio di Paolo IV contro l'impero.

Subito dopo questa pace, Carlo V, stanco, abdica e divide la corona imperiale tra il figlio Filippo II, re di Spagna ed il fratello Ferdinando I, a cui toccano la dignità imperiale ed i domini di casa d'Austria (1).

Paolo IV ha il torto di circondarsi di persone che crede fedeli, soprattutto parenti, nomina cardinale un suo nipote intrigante e dissoluto, Carlo Carafa, a cui lascia carta bianca nel dirigere la politica temporale del papato, in odio contro gli spagnoli. Ma mentre Paolo IV pensa sinceramente a liberare la Chiesa e l'Italia dagli spagnoli, il nipote pensa esclusivamente ai propri interessi. Paolo IV, pur riconosciuto come l'anima di una riforma rigorosa, si invischia in un nepotismo senza scrupoli.

Sconsideratamente segue i consigli del nipote preferito, che tiene lo zio-papa sotto controllo, raggirandolo come vuole. Inoltre, si acuisce la tensione già esistente con Ferdinando I e Filippo II. Carlo Carafa fa credere allo zio che sia stata organizzata in Roma una congiura contro di lui, favorita dagli imperiali e, nello stesso tempo, vengono confiscate le terre degli "imperiali" Colonna, che sono assegnate al fratello di Carlo, Giovanni Carafa, il quale ottiene il titolo di duca di Paliano.

Il 15 dicembre 1555, il papa firma un trattato di alleanza militare con la Francia, che si impegna a mettere a disposizione della Chiesa un esercito di dodicimila uomini. Ma la Spagna previene l'iniziativa pontificia e da Napoli il duca d'Alba, nel settembre 1556, entra nello stato della Chiesa. L'esercito franco-pontificio non ottiene i risultati sperati e le forze francesi sono richiamate in patria perché necessarie per la battaglia di San Quintino (2).

Con il duca alle porte di Roma, grazie alla mediazione di Venezia, si arriva al trattato di pace di Cave, il 12 settembre 1557. Paolo IV è costretto a riconoscere Filippo II come un re cattolico ed osservante ed a rinunciare all'alleanza con la Francia, dichiarando la neutralità della Chiesa (3).

Nel corso di questa celebre guerra della Campagna di Roma e del Regno di Napoli, negli anni tra il 1556-1557, avviene l'episodio dell'eroica difesa della città di Nettuno condotta dal capitano Filippo Moretto e dagli stessi abitanti della città.

 

Vittoria dei Nettunesi

E del 1556, la sentenza di monsignor Atracino, che condanna all'esilio, alla perdita dei beni e alla morte Marcantonio Colonna, per aver congiurato coi potenti e averli indotti a venire contro la Santa Sede. A questa sentenza segue la Bolla di Paolo IV del 4 maggio 1556, Postquam Divina Providentia, in cui enumera tutti i delitti dei Colonna, dal tempo di Bonifacio VIII sino al suo, commessi contro il papato. Nella Bolla, confermando la sentenza di monsignor Atracino, infligge scomunica maggiore ad Ascanio e Marcantonio Colonna, per spergiuro e lesa maestà, e li priva di tutti i feudi e beni (4).

Tolto così il dominio ai Colonna, Nettuno passa in possesso dei Carafa. Il pontefice Paolo IV, per togliere al re Filippo II di Spagna il Regno di Napoli, da inizio alla guerra della Campagna di Roma. I membri della napoletana famiglia dei Carafa costituiscono lega con la Francia: questa convenzione è proficua per i Carafa, ma anche per la Santa Sede. Alla Santa Sede interessa rientrare in possesso del Regno di Napoli e, con esso, di una delle sue primarie fortezze, cioè Gaeta. Iniziate le ostilità, vengono osservate le fortificazioni dei diversi feudi: quello di Nettuno presenta scarsa sicurezza. Giovanni Carafa, duca di Paliano, scrive quindi al duca di Somma in Velletri perché faccia distruggere le fortificazioni di Nettuno.

Il duca si oppone, rispondendo in tal modo: "V. Ecc.za viene ad aver guasta la miglior terra che ha: perde seimila scudi d'entrata et rovina mezzo questa marittima: perché non essendovi fortezza, Nettuno si disabita. Disabitatosi Nettuno, li massari di marittima saranno preda ai corsali, sicché viene a far un gran danno per nulla inutile"(5).

Giovanni Carafa, dopo la lettera del Duca di Somma, insiste ancora che si demoliscano le fortificazioni di Nettuno; ma i Nettunesi protestano energicamente e, scacciato il presidio francese, capitanato dallo Strozzi, serrano l'ingresso ed inviano le chiavi del Castello a Marcantonio Colonna, che si trova al campo del Duca d'Alba, vicerè di Napoli. Il duca d'Alba, sollecitato dal Colonna, decide allora di attaccare di sorpresa Nettuno ed Ostia, dove potrebbe porre le basi marittime della sua spedizione, raggiungendo lo scopo di chiudere la navigazione del Tevere e stringere da presso Roma.

Muzio, fidato famiglio dei Colonna, mandato da Marcantonio a spiare in quel di Nettuno, torna riferendo che i Caraffeschi non hanno posto a difesa di quella rocca più di una trentina di armati, presidio che basterebbe a difenderla dalle insidie dei corsari, ma non dall'attacco di salde compagnie quali quelle del duca d'Alba. Il fedele Muzio non si accontenta di raccogliere notizie, ma avvicinate le persone più influenti del paese, che suppone fedeli ai Colonna, le avverte del colpo di mano che spagnoli e colonnesi stanno preparando verso Nettuno, convincendosi che questi verrebbero accolti come liberatori. Marcantonio, che ha impegnato il grosso delle sue truppe nelle operazioni tra il Volturno ed il Garigliano, ben lieto che possa bastare un sola compagnia per espugnare Nettuno, da l'incarico a Filippo Moretto il Calabrese, nel quale ripone la massima fiducia.

Il Moretto, giungendo a Torre Astura con centocinquanta uomini, fa spargere la voce che lo stesso Marcantonio Colonna sta per arrivare con altre compagnie. A quella notizia, i nettunesi, al grido Colonna! Colonna!, assaltano il castello, facendo prigionieri i difensori.

Da Velletri, allora, muove contro il Moretto una compagnia di francesi per sedare la ribellione dei Nettunesi, ostili alla demolizione delle loro fortificazioni. Risolutamente affrontati da Filippo Moretto, i francesi vengono ricacciati indietro. A Marcantonio Colonna sta a cuore Nettuno, perché da esso trae tutto il grano e vettovaglie per le sue armate. Inoltre è particolarmente affezionato a quel feudo marittimo, sul quale ha fatto grandiosi progetti, ripromettendosi di armare un giorno una flotta propria, superiore a quella che a Palo tengono gli Orsini (6).

Calcedonio Soffredini, nella Storia di Anzio, Satrico, Astura, Nettuno, racconta che "... per le vettovaglie e munizioni che accoglieva da Napoli e Gaeta, e poi conducevano a Porcigliano e all'esercito spagnolo in Ostia, Nettuno rendeva grande utilità all'esercito del duca d'Alba. A questo fine si tenevano quattro fregate(7) armate alla discoperta del mare. Ma l'inimico per riacquistare Nettuno, e chiudere il passo alle vettovaglie, vi manda da Civitavecchia dodici galèe(8) francesi, che incominciano a batter la terra e la rocca ch'era al di fuori, sbarcando alcuni militi in terra".

Per l'eroica difesa sostenuta dal capitano Moretto e per il valore dei terrazzani (nettunesi) che difendono con grande animo ed anche per la marea sopraggiunta, le galèe francesi (9) fanno vela, tornando da dove erano venute (10).

Pure Giuseppe Brovelli Soffredini, in Neptunia, ricorda l'eroica resistenza e difesa dei Nettunesi, con alla testa il capitano Moretto, il quale riesce a frenare l'assalto al Castello, nonostante l'offensiva di dodici galèe francesi, pur avendo a disposizione per la difesa solo quattro fregate. La resistenza da terra e una forte mareggiata salvano il Castello di Nettuno dall'invasione e distruzione nemiche.

Lo storico Giovanni Battista Giovio (11), nel suo testo latino, accenna a tale vittoria: "Nettuno distrusse ed allontanò l'impeto di dodici lunghe navi".

Alessandro Andrea, storico contemporaneo di tale avvenimento, che ne descrive minuziosamente i fatti, dice: "I terrazzani (nettunesi) con grande animo ed ostinazione si mostrarono a difendere le robe et famiglie loro. Quei della Rocca lo facevano ancora valorosamente, tutto che non avessero già che due pezzetti di artiglieria, all'uno dei quali si ruppe una ruota al primo tiro. Or avendo le galèe fatta buona batteria et tentando i soldati l'assalto, s'avvidero che era difficile il rimettere per la spiaggia che vi è, et vedendo quanto arditi et valorosamente stavano alla difesa quei di dentro (il Castello) e già turbandosi loro il tempo, fatta vela, se ne ritornarono in porto. Mentre Nettuno si batteva, ne fu il Duca avvisato in Tivoli dai luoghi vicini, che l'udivano, et egli per mandarvi il più veloce soccorso che potesse, ordinò che Marcantonio Colonna con le genti d'arme, il conte di Popoli coi cavai leggeri et Ascanio della Corgna con quei fanti spagnoli, che aveano cavai leggeri, per strade diverse si unissero in Marino et indi a soccorrere Nettuno... et havendo nuova per strada della partenza delle galèe, et che Nettuno non havea più bisogno di soccorso sene andò ciascuno al luogo, che se gli assegnò per suo alloggiamento." (12)

In tempi più recenti, della Guerra d'Italia fra Paolo IV, schierato con i francesi ed i Colonna, privati dei loro feudi e alleati con gli spagnoli, si parla nell'Atlante storico-ambientale di Anzio e Nettuno: "I feudi colonnesi vanno a costituire il Ducato di Paliano, assegnato a Giovanni Carafa, nipote del pontefice e generale della milizia pontificia. Giovanni Carafa, temendo l'occupazione delle truppe spagnole che cingono d'assedio la città fortificata, ordina la distruzione del Castello."

Il comandante pontificio di Velletri, Ascanio della Corgna, accusato di tradimento, si rifugia a Nettuno, con l'intenzione di imbarcarsi per Napoli, e consegna il castello ai Colonna ed agli spagnoli, con l'aiuto della popolazione di Nettuno, che si oppone strenuamente all'ordine di distruzione emanato da Giovanni Carafa. I Colonna tornano così in possesso del Forte e del Feudo di Nettuno, mantenendolo fino al 1594. Ed inoltre, "il forte borgiano difeso da una compagnia di calabresi, mostra la sua solidità resistendo, agli attacchi francesi dalla parte del mare."(13)

Clemente Marigliani, in Storia dei porti di Anzio, riferisce come sotto il pontificato di Paolo IV, "il Duca d'Alba penetra dal territorio napoletano in quello romano. I vassalli del papa si mettono dalla sua parte, le vecchie intese si rinnovano: Nettuno caccia la guarnigione papale e richiama i Colonna."(14)

Infine, il Padre Lombardi: "I Carafa [...] avevano fortificato alla meglio le terre marittime, fra le quali Nettuno per opera del maresciallo Strozzi ufficiale del re di Francia[...] però non vi pose, che pochi soldati di presidio [...] i nettunesi, sia che fossero mossi dall'antico affetto verso i Colonnesi, [...] sia ancora che temessero i danni di un prossimo assalto [...] discacciato il piccolo presidio, spedirono messi colle chiavi del castello e della fortezza a Marcantonio Colonna. A tal novella il Duca inviò con grandissima fretta il capitano Moretto calabrese colla sua compagnia in aiuto dei nettunesi [...] al primo avviso della rivolta nettunese, i soldati che guardavano Velletri al Pontefice, erano tantosto corsi colà per sedare la ribellione; incontrati per istrada dal Moretto, furono da questo costretti a retrocedere....La conquista di Nettuno determinò il Duca d'Alba a procurare anche quella di Ostia, e per trasportare nell'Isola le artiglierie di assedio, fece partire da Anzio alcune barche, che insieme connesse da Marcantonio Colonna formarono un ponte, su che vi furono tragittate."

Il fuoco delle galèe danneggia non poco Nettuno, e il Colonna nel 1564 lo restaura e fortifica maggiormente, come appare dalla lapide posta nella vecchia torre dell'orologio. Tale vittoria porta con sé il dominio del Castello di Nettuno a Marcantonio".(15)

L'arte militare italiana nel Medioevo e nel Rinascimento non ha rivali. Ai nostri condottieri e alle loro strategie si rivolgono molti regnanti per le proprie truppe mercenarie. I capitani di ventura si ergono a protagonisti di un particolare periodo della nostra storia con una forza vitale grandiosa.

E una storia intrisa di congiure, saccheggi, intrighi, passioni, tradimenti e vendette, che offrono materia per leggende, aneddoti, ballate popolari. Attori sono quei capitani, come ad esempio Giovanni dalle Bande Nere, un condottiero che ci riporta idealmente alle origini della "ventura" nella nostra penisola, ma anche capitani di minor fama e fortuna, come quelli che lo stesso Giovanni dalle Bande Nere arruola nella sua compagnia, e, fra questi, il nostro Filippo Moretto, che alcuni anni dopo ritroviamo con il duca d'Alba e Marcantonio Colonna (16), impegnato nella difesa di Nettuno.

 

Una scoperta archeologica

A distanza di tre secoli da questi avvenimenti, il capitano Filippo Moretto e la battaglia di Nettuno tornano di nuovo alla ribalta, grazie alla scoperta della lapide sepolcrale del Capitano, come riportato da alcuni giornali calabresi e ripreso da "La Ricreazione del Sacerdote", (bimensile, anno II, nr. 3, di domenica 9 giugno 1878), in un articolo di seguito riportato e che dettagliatamente ne racconta il fortunato rinvenimento archeologico.

"...In Terranova (Calabria) e proprio nel sito ove sorgeva un dì l'Abazia di Santa Caterina, un agricoltore scavò una maestosa lapide sepolcrale insieme alla sua grossa cornice: la lapide è di marmo bianchissimo, e di tale spessore, che potè resistere al tremendo terremoto del 5 febbraio 1873. Sulla lapide, a grandezza naturale, dorme nel più bello atteggiamento un guerriero: egli ha barba e capelli ricciuti, il suo corpo è coperto da completa armatura, e gli sta presso un morione (17) chiuso. Da un lato, ai suoi piedi, è un blasone, sormontato da un elmo, con campo di scacchi e tre teste di mori, cinte da ampio turbante. Dall'altro una modesta iscrizione ricorda l'illustre capitano di Spagna, il vincitore di Tunisi, di Ostia e della Goletta, il difensore di Nettuno, il suddito fedele, l'amico di Carlo V, il prode Filippo Moretto, tanto elogiato da Ruscellio, nonché da altri istoriogrqfi non escluso fra costoro il comm. Candido Zerbi (18) nelle sue notizie cronistoriche sulla città, chiesa e diocesi di Oppida Mamertine.(19)
Nel sepolcro sottoposto si rinvennero il teschio e le ossa, dei larghi galloni d'oro, fino un merletto di filo preziosissimo, nel modo in cui conservasi dopo 306 anni, un pezzo di rosario di pietre, fra le quali una di smeraldo, il ferro della spada, ed il grosso pomo che la sormontava, un'orecchino d'oro con smalti e delle monete indistinte. L'intero monumento, e tutto quanto in esso conteneasi, veniva subito acquistato dai discendenti signori Moretto e Sofia-Moretto da Radicena (20) e da essi collocato nella chiesa dell'Immacolata".

 

ALBERTO SULPIZI

 

NOTE E BIBLIOGRAFIA

1 - Glicora F., Calamaro B., Breve Storia dei Papi da S. Pietro a Giovanni Paolo II, Panda Ediz., pg. 194-196.

2 - Città della Piccardia (Francia), teatro nel 1557 di una memorabile battaglia in cui gli spagnoli, al comando di Emanuele Filiberto di Savoia, infliggono una dura sconfitta ai francesi del connestabile A. de Montmorency.

3 - Rendina C. (a cura di), Enciclopedia di Roma, Newton e Compton Editori, Biblioteca de Il Messaggero, feb. 2005.

4 - Caneva G., Travaglini Carlo M., Atlante storico-ambientale Anzio e Nettuno, De Luca editori d'arte, Università Roma Tre, dic. 2003, 100Libri per Nettuno, inv. 436; Bromato Carlo da Erano, Storia di Paolo IV, libro IX, pg. 242 in Calcedonio Soffredini, op. cit.

5 - Biblioteca Barberini, Lettere di uomini illustri ai Carafa, LXI, 16, pag. 263.

6 - Granata M., Marcantonio Colonna, Ediz. Paroma Torino, 1940, XVIII E.F., pag. 71-79, 100Libri per Nettuno, inv. 376.

7 - Veloce tre alberi da guerra e di scorta, a vela quadra e con uno o due ponti.

8 - Nave militare a remi e a vela, a bordo basso, assai lunga, veloce e leggera con due alberi, utilizzata dal Medioevo fino alla fine del Settecento.

9 - Comandate dal Barone De La Carde; vedi Granata M., op. cit. pg. 77.

10 - Soffredini Calcedonio, Storia di Anzio Satrico Astura e Nettuno, Roma Tipogr. Della Pace, 1879, 100Libri per Nettuno, inv. 316, pg. 153-157.

11 - Giovio Giovanni Battista, (Como 1748-1814), letterato italiano, scrive moltissimo, in particolare saggi filosofici, storici e ritratti dei letterati, fra questi: vita del Cardinal Pompeo Colonna, in Venezia.

12 - Alessandro Andrea, Della Guerra di Campagna di Roma e del Regno di Napoli nel Pontificato di Paolo IV, l'anno MDLVI-LVII, Venezia, Tipogr. Valvassori, 1560.

13 - Caneva G., Travaglini C.M., op. cit., Cronologia di Benedetti R., pg. 473 e Nettuno nella signoria dei Colonna, Armando D., Raimondo S., pg 216.

14 - Mariglioni C., Storia dei porti di Anzia, Rubino Editrice, nov. 2000, 100Libri per Nettuno, inv. 139, pg. 82-84.

15 - Lombardi F., Anzio antico e moderno, Roma, fratelli Pallotta tipogr., 1865, 100Libri per Nettuno, inv. 216, pg. 403-405.

16 - Rendina Claudio, I Capitani di Ventura, Newton e Compton Edit., 1999. Rendimi, scrittore e poeta ha legato il suo nome a opere di successo dedicate a Roma e al mondo pontificio. Ha diretto la rivista "Roma, ieri, oggi, domani".

17 - Elmo munito di cresta alta e bordi con punte anteriormente e posteriormente molto rialzate, in uso in Spugna nei sec. XVI e XVII.

18 - Zerbi Candido, cultore di patrie memorie, senatore del Regno (1827-1889).

19 - 0ppido Mamertina, (RC) completamente distrutta dal terremoto del 1873 e ivi rifabbricata su pianta quadrilatera a scacchiera regolare.

20 - Taurianovà (RC), un tempo feudo dei Grimaldi, principi di Gerace. Si chiamava Radicena e il 12 marzo 1928, fondendosi coi comuni di Iatrinoli e Terranova Sappo Minùlio, assume il nuovo nome.

 

ALTRE FONTI BIBLIOGRAFICHE

L Von Ranke, Il papato da Sisto Va Pio IX, Milano 1966, I, pg. 273.
Guglielmotti A., La Guerra dei Pirati e la Marina Pontificia dal 1500 al 1560, Roma 1876, II, pg. 288.
Le Garzantine, Atlante Storico, Garzanti Milano, 2004.
Le Garzantine, Storia della Letteratura, Garzanti Milano, 2004.
Soffredini Brovelli Giuseppe, Neptunia, 1923, Tipogr. R. De Luca Roma, pg. 97-103.
La Ricreazione del Sacerdote, periadico bimensile, Anno II, nr. 3, del 9 giugno 1878.
Piraccini G., La Stirpe dei Medici di Cafaggiolo, Firenze 1947.
Ricotti E., Storia delle compagnie di ventura in Italia, Torino, 1845.





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