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IL TERRITORIO DI NETTUNO
NELLA CAMPAGNA ROMANA

Immagini dal XVI al XIX Secolo

a cura di
CLEMENTE MARIGLIANI

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PALAZZI CARDINALIZI, DIMORE E VILLE NOBILIARI
NELLA CAMPAGNA ROMANA
APPUNTI SULLO STATO DI CONSERVAZIONE E IL RECUPEROLA CAMPAGNA ROMANA


Tiziana Ceccarelli

Tra i filoni di indagine percorribili nello studio e nella descrizione delle dimore storiche disseminate nella Campagna Romana, si può intraprendere anche quello che ne mette a fuoco lo stato di salute; lo scenario è vasto e in evoluzione, specie negli ultimi decenni. Lo dimostra in maniera eloquente la rilettura di alcuni testi sull'argomento, come il noto studio pubblicato nel 1981 da Belli Barsali e Branchetti dal titolo Ville della Campagna Romana, e la pubblicazione curata dalla Provincia di Roma Dall'abbandono al riuso. Attività della provincia di Roma per il recupero dei beni architettonici, un insieme di studi e analisi sugli edifici da recuperare sparsi nel territorio della Provincia, edito nel 1981 in occasione di una mostra sul tema.

In questo scritto intitolato "appunti" non si intende presentare la totalità esaustiva dei casi esaminabili, bensì presentarne alcuni tra i più rilevanti dal punto di vista storico artistico, ed emblematici di vari stadi di conservazione o spesso di non conservazione; si tratteranno brevemente alcuni esempi bisognosi di un recupero e di una valorizzazione ed altri che invece reclamano interventi urgenti e a cui è inevitabile applicare l'etichetta di "rudere" o "rovina".

Quello che si presenta ai nostri occhi è la parte superstite di un patrimonio in origine ben più vasto, che il tempo, l'incuria, ma soprattutto gli ultimi eventi bellici, hanno in parte cancellato per sempre. E in particolare durante i bombardamenti alleati del '44 che andarono distrutte diverse ville e palazzi. A Frascati furono colpiti i palazzi delle Ville Pallavicini, la "Caravilla" poi Borghese Ludovisi e la Tusculana, ad Albano fu distrutta la Villa Doria Paniphili, a Marino colpito Palazzo Colonna e sempre nel '44 fu devastato a Velletri il Palazzo Ginnetti, capolavoro seicentesco di Martino Longhi il Giovane, il cui fasto viene ormai ricordato da cartoline un po' sbiadite e da una gustosa descrizione del XVII sec.(1).

Proprio il rimpianto per ciò che è andato perduto per sempre ci porta a rivolgere l'attenzione su ciò che invece rimane e della cui sopravvivenza siamo responsabili.

Dal già citato testo di Belli Barsali e Branchetti si deduce che delle circa 122 dimore stimate, 20 risultano in abbandono. Nell'esaminare l'elenco emerge un dato confortante, ossia molti di questi casi si sono tramutati, in particolare negli ultimi due decenni, in felici episodi di recupero e di destinazione agli usi più vari ma sempre nel rispetto dell'identità architettonica e storico artistica. Mi riferisco, solo per citare alcuni esempi emblematici, a Villa Grazioli (2) a Grottaferrata, oggi recuperata grazie ad un restauro decennale iniziato nel 1987, finanziato dalla società proprietaria Villa Grazioli Srl, la quale ha ripristinato l'originaria eleganza architettonica della villa, e fissato con un intervento di tipo conservativo la decorazione pittorica risparmiata dall'incuria degli anni precedenti; oggi la villa è adibita ad albergo. Villa Mondragone a Frascati, segnalata come disabitata nel 1981 (3) è stata acquistata l'anno successivo, insieme all'amplissimo parco che la contorna, dall'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, imponenti lavori di restauro ne hanno recuperato il prestigio storico e monumentale; attualmente la villa è sede di autorevoli convegni nazionali ed internazionali coordinati dal Centro Congressi Villa Mondragone.

Nel testo citato Dall'Abbandono al Riuso viene segnalato per il forte degrado il Palazzo Sforza Cesarini (4) a Genzano. Il caso merita di essere preso in esame. Tale complesso, perno dello sviluppo urbanistico della città, fu edificato su precedenti mura duecentesche di un antico castello che sorgeva nel feudo dei Colonna passato poi nel corso del XVI secolo ai Cesarini. Interventi di ampliamento si sono succeduti nei secoli (prima metà del '600, prima metà del '700 ad opera dell'architetto Gregorini, tra il 1860 e il 1870 ad opera dell'architetto Augusto Lanciani) fino a raggiungere l'attuale sfarzo e imponenza, caratteri espressi al meglio nella facciata principale, i cui canoni incarnano una tendenza architettonica affermatasi a Roma alla fine del '600 e inizi '700. Le condizioni di degrado denunciate anche da Belli Barsali e Branchetti riguardavano le strutture esterne ed interne il cui stato era dovuto oltre che al lungo periodo di abbandono anche alla successiva occupazione dell'edificio da parte degli sfollati durante la seconda guerra mondiale. Nel 1970 l'amministrazione Sforza-Cesarini presentò al comune un preventivo di restauro dichiarandosi non in grado di far fronte alla spesa, l'investimento avrebbe potuto essere sostenuto solo se il Comune avesse concesso l'autorizzazione a costruire alcune abitazioni nel parco. Lodevole è stata la scelta dell'amministrazione comunale di rifiutare la proposta, non solo per il vincolo a cui dal 1913 sono sottoposti villa e parco, ma per una precisa scelta di salvaguardia dell'identità dell'intero complesso. Dal 1990 il Palazzo è proprietà comunale e nei primi anni del decennio si sono eseguiti interventi parziali che hanno riguardato l'esterno, il consolidamento dei solai e la riscoperta delle decorazioni (5). Non siamo giunti ancora ad un recupero integrale volto a ripristinarne l'aspetto originario e a riutilizzarlo come Centro internazionale per Convegni ed Alta Rappresentanza come previsto. Per completare i lavori occorrono altri fondi e si spera in un eventuale finanziamento europeo.

Allo stato di progetto si è fermato anche il poderoso restauro di uno tra i più importanti palazzi storici della provincia, ossia il Palazzo Ruspoli di Nemi. (6) La storia del Palazzo inizia quasi dieci secoli fa e quel che vediamo è il risultato di aggiunte e modifiche che si sono succedute attorno all'originario impianto fortificato, cresciuto al margine della Torre Maggiore del Xll sec. Ceduto il paese dai Colonna ai Frangipane nel XVII sec., questi ultimi iniziarono i lavori di trasformazione che stravolsero l'impianto fortificato preesistente, ampliandolo con una nuova ala eretta sopra le stalle del castello, ancora detta Frangipane. Alla fine del XVIII sec. divennero proprietari i Braschi che intervennero nella parte attualmente prospiciente la piazza, sopraelevando gli ambienti più antichi. Numerose sono le decorazioni interne: quelle a tempera di Liborio Coccetti (1739-1816) che ornano la torre cilindrica e le quattro sale con amorini e putti, il mito di Diana (e chi altrimenti!), vedute di Nemi, e nella stanza da pranzo, soldati a grandezza naturale tra cui il duca Braschi a cavallo. L'edificio passato nel 1902 ai Ruspoli ha subito nei decenni successivi delle moderne ricostruzioni "in stile", interventi ad imitazione dell'antico inconcepibili oggi grazie all'attuale cultura del restauro conservativo, ed è appunto del 1930 il rifacimento della facciata in stile rinascimentale ad opera dell'architetto Cesanelli. Ai danneggiamenti dovuti al terremoto del '27 a cui seguirono opere di rinforzo, subentrò uno scenario comune a quasi tutti i palazzi esaminati in questo articolo: prima i danni causati dalla guerra e poi quelli spesso più gravi ad opera degli sfollati e dell'incuria degli stessi nemesi. Attualmente il Palazzo appartiene ad una società privata che gestisce una clinica e che non può accollarsi l'onere di un restauro così "titanico". L'amministrazione comunale si è fatta promotrice di recente di uno studio (7), ad opera di Brancaleoni, molto puntuale e volto a districare la complicata vicenda costruttiva, basandosi sui documenti quando possibile. Tale pubblicazione avrebbe dovuto essere la base per una successiva diagnosi dello stato di conservazione e per la delineazione di un corretto intervento che attualmente è rimasto allo stato teorico.

Non si ha notizia invece di progetti di recupero per il Palazzo Albani-Del Drago (8), il Casino di campagna fatto costruire, alla metà del secolo XVIII, dal mecenate e appassionato cultore dell'antico Alessandro Albani, proprio al centro della Città di Castel Gandolfo sulla via di fronte il palazzo pontificio. L'edificio, seconda dimora commissionata dal cardinale (la prima fu Villa Albani ad Anzio e la terza Villa Albani sulla Salaria), ha guadagnato negli ultimi venti anni l'interesse della critica, grazie alla ripresa degli studi su Marchionni e al ritrovamento di documenti (9) che hanno permesso di ascrivere l'opera tra i progetti del celebre architetto e scultore(10) e che ne hanno chiarito le vicende costruttive (11). La struttura, risultato dell'adattamento di un edificio preesistente, si articola adeguandosi alla conformazione del terreno in declivio, questo spiega la diversità delle due facciate. Quella a monte, l'ingresso principale, presenta due soli piani sopra la strada mentre i piani inferiori si affacciano su un cortile interno. La facciata a valle mostra invece i quattro piani in tutta la sua imponenza, ingentilita dalla presenza di un corpo centrale sopraelevato raccordato da volute e comuni anche all'altro fronte; originariamente questo lato affacciava su un giardino oggi scomparso ed occupato da un parcheggio. L'interno è di particolare interesse specie per le decorazioni della Galleria. Tali pitture, rese note da Delfini Filippi (1990), sono state trattate ampiamente da Gentile Ortona (1993) (12), la quale colloca la datazione tra la fine dei lavori per il Casino e l'inizio di quelli per la villa Albani (1747). L'importanza di tali affreschi deriva dal fatto che essi testimoniano una temperie culturale precedente alla venuta di Winckelmann a Roma e presentano come fonte di ispirazione all'antico esempi di pittura imperiale romana tratti dalla Piramide di Caio Cestio, dalla Tomba dei Nasoni e dalla "Casa di Tito", mutuati da copie e disegni a colori di Bartoli. L'unicità del ciclo di Castel Gandolfo sta nel fatto di essere interamente ispirato a copie bartoliniane. Lo stato di degrado segnalato da Ortona non le impedisce di apprezzare però la sensibilità coloristica dell'anonimo frescante, né di immaginare la bellezza originaria di questo ambiente ohe ormai ha quasi perduto le pitture di paesaggio sopra le porte, la decorazione a finto marmo che ornava il soffitto a cassettoni e le colonne ora imbiancate, come persi per sempre risultano gli affreschi staccati. La villa fu acquistata nell'Ottocento dalla famiglia Del Drago e di seguito ne divenne proprietaria, fino ai giorni nostri, la Santa Sede. Attualmente alcune famiglie hanno in affitto una porzione del pian terreno, mentre in corrispondenza della facciata a valle si apre un negozio di frutta e verdura(!). Auspichiamo una destinazione consona alla bellezza e importanza dell'edificio, nonché alla sua posizione così visibile da una strada di passaggio molto trafficata, ne guadagnerebbe ancor più l'immagine già gradevolissima della Città di Castel Gandolfo, che manca però di uno spazio importante dedicato alla cultura e ad eventi. In ogni caso qualunque scelta verrà operata speriamo che sia celere e nel rispetto dell'integrità e del decoro della struttura.

In condizioni disastrose versa invece Villa Sarsina, (13) ad Anzio che deve il suo nome a uno degli 8 proprietari che dal 1735 ad oggi si sono succeduti, ossia a Pietro Borghese Aldobrandini , Principe di Sarsina, proprietario dal 1874 al 1886. La villa sorse per volere del cardinale Neri Maria Corsini di Firenze tra il 1732 e il 1735. Il cardinale, nipote di Clemente XII Corsini (1730-1740), venne eletto Protettore del Porto e subito prescelse questo sperone terrazzato dominante il mare e il porto neroniano. Il palazzo attribuito per lo più al Fuga (1699-1781) presenta una struttura cubica e compatta, la cui facciata a monte è animata dall'avanzamento di due corpi laterali uniti da una scenografica doppia scala che percorre zigzagando tutta la larghezza dell'edificio. Più sobria risulta la facciata rivolta sul mare dove il ritmo è scandito da tre file di finestre con scarso aggetto di elementi plastici, l'unica variante è il frontone spezzato della porta finestra che accede al balconcino posto al centro del piano nobile. Puccillo (1997) nota che l'aspetto più che di gusto neoclassico è da considerare come "un'aulica rievocazione dell'architettura del Cinquecento, con temperati accenti barocchi", mentre la facciata a monte mostrerebbe forti analogie con la Farnesina, Belli Barsali e Branchetti (1981) avevano precedentemente parlato di "riecheggiamento di forme palladiane". Nell'ampio salone delle feste a doppia altezza, attraversato da una galleria preposta ai musici, trovava posto un soffitto dipinto con fìnti sfondati, ripresi anche dal quadraturista Cottichelli nel restauro ottocentesco affidato dal principe Aldobrandini all'archìtetto Vespignani. Il declino iniziò già durante la prima guerra mondiale ma si aggravò con l'avvento del secondo conflitto: la villa divenne il quartier generale delle truppe tedesche che nell' abbandonarla vi fecero esplodere tre bombe incendiarie. Adibita poi a ricovero degli sfollati fino al 1952, fu acquistata nel 1958 dal Comune di Anzio. La Soprintendenza ai monumenti curò nel 1969-71 un intervento di restauro volto soprattutto a consolidare le strutture interne ed esterne togliendo i tramezzi costruiti dagli sfollati e lasciando però l'esterno privo dell' intonaco murario. Dal piano regolatore di Anzio risalente al 1974 l'edificio risultava essere al centro di un programma che destinava la struttura allo svolgimento di attività culturali, ma il progetto di prosecuzione del restauro, che includeva anche le decorazioni interne, non è stato mai attuato a causa del pesante impegno finanziario richiesto. Attualmente si parla di un programma di recupero di cui sono promotori il Comune di Anzio e la Regione Lazio. Nei fatti la villa, ormai "rudere di se stesso" come la definisce Puccillo (1997), continua la sua agonia, stretta in un contrasto imbarazzante tra due edifici moderni adibiti a scuole sorti nell'originario giardino e un edificio privato posto dal lato del terrazzamento, per cui ne risulta alterata per sempre la scenografia originaria.

Altro "rudere di se stesso'" appare il Palazzo Pamphili (14) ad Albano Laziale; facciamo fatica ad immaginare la lussuosa dimora voluta da un grande mecenate del Settecento: il Cardinale Benedetto Pamphili (1653-1739) figlio del nipote di Papa Innocenzo X, Don Camillo Pamphili e di Olimpia Aldobrandini. Il Cardinale scelse Albano come luogo di villeggiatura, così come fecero molte famiglie nobili (Lercari, Altieri, Odescalchi) dopo l'acquisto nel 1697 della cittadina da parte della Camera Apostolica. La fabbrica è il risultato della risistemazione, a partire dal 1707, di due casini dapprima indipendenti, su cui intervennero diversi architetti: Filippo Leti, Simone Costanzi, Domenico Paradisi, Mario Bernardi, Carlo Stefano Fontana (nipote di Carlo) e Buratti. Tanta cura fu rivolta anche all'interno, dove sono documentati all'opera i pittori Macci e Severo Lucentini, quest'ultimo impegnato nella galleria del palazzo: la fuga di stanze al piano nobile. Alla morte del cardinale la proprietà passò ai nipoti Girolamo e Camillo Filippo, nel 1760 ai Colonna, nel 1764 fu venduta ai Padri Scolopi. Il palazzo divenne così un convitto estivo, subendo delle modifiche atte a renderlo più funzionale all'impiego, ma che non ne sconvolsero né l'equilibrio esterno (copertura della loggia, innalzamento di un piano mezzanino), né quello interno, rispettando sostanzialmente l'aspetto che aveva al tempo di Benedetto Pamphili. Non fu la guerra a colpirlo direttamente ma indirettamente i suoi effetti furono deleteri. A partire dal '44 divenne infatti rifugio per gli sfollati, la concessione, prevista inizialmente per pochi mesi, si trasformò nei decenni in contratto di affitto per 54 famiglie. E' da questo momento in poi che sono iniziate le trasformazioni più violente. Le esigenze abitative hanno stravolto la conformazione interna, ne sono solo due esempi la divisione in due livelli del salone del piano nobile affrescato dal Macci, o la perdita della fuga di stanze dello stesso piano dovuta alla costruzione di tramezzi; ogni nucleo famigliare ha poi provveduto alla meglio a "rattoppare" da sé i danni di una struttura centenaria che ha resistito fino ad oggi grazie alla sua ottima qualità costruttiva. Solo da pochi anni le famiglie hanno lasciato il palazzo per altre sistemazioni, e la struttura, senza neanche i pur sempre pittoreschi "panni" stesi alle finestre, ha assunto un aspetto quasi spettrale.

Allo stato ormai desolante di "rovine" sono i resti di una "delizia" seicentesea voluta dal Cardinale Flavio Chigi, nipote di quell'Alessandro VII papa che tanto contribuì, grazie alla regia di Bernini, a rinnovare il volto di Roma in senso barocco. La dimora in questione nota già ai contemporanei con il nome "La Versaglia" (15), sorge a Formello, Già il nome rispecchiava il desiderio del cardinale di imitare in piccolo la celebre "Versailles", da cui era rimasto impressionato durante un precedente viaggio diplomatico presso la corte di Luigi XIV. Questo casino di campagna circondato da una tenuta agricola, fornito però di un giardino e di fontane (ce ne era addirittura una dalle cento cannelle), raccoglieva anche numerose opere d'arte, mobilio pregiato e persino un museo delle curiosità. Era il luogo prescelto da un mecenate e amante del bello per l'ozio e lo studio ma anche lo svago, rimane infatti memoria di feste e battute di caccia. I numerosi documenti sulla fabbrica, già pubblicati dal Golzio(16) e analizzati dal Lefevre(17), indicano come direttore dei lavori, dal marzo 1665 al febbraio 1666, l'architetto Felice Della Greca a cui subentrò poi Carlo Fontana (nei documenti dal settembre 1666), che Lefevre (18) indica poter essere il progettista, non escludendo però lo "zampino" di Bernini, che in quanto soprintendente generale alle Belle Arti e ai Lavori Pubblici dello Stato Pontificio e strettamente legato alla famiglia Chigi, poteva essere stato chiamato a dare anche il suo "placet". Il complesso visse intensi momenti di vita mondana, cessati di colpo alla morte del cardinale Flavio, poiché gli eredi Chigi, sempre più occupati nella sistemazione di altre proprietà acquistate nel XVIII sec., ne fecero un semplice casino di caccia e una tenuta agricola. Nell'Ottocento fu trasferito a Roma anche tutto l'arredo, i quadri e le suppellettili, e già nel 1855 l'architetto Giacomo Palazzi denunciava la necessità di restauri. Nel 1908 lo sconsiderato asporto del tetto del "casino"" in direzione di Castel Fusano, ha compromesso per sempre l'edificio. Dell'originario complesso rimane poca cosa: del palazzo resistono le mura perimetrali, la cupola della chiesetta a pianta ellittica minaccia di crollare, mentre la torre posta all'ingresso della tenuta risulta pericolante, e nessuna traccia è visibile dell'originario giardino. La sorte di queste rovine, se non si interviene, sarà quella di scomparire totalmente e a testimoniarne il glorioso passato rimarranno solo i documenti. Già Léfevre (1980-84) ne suggeriva un recupero atto a farne un suggestivo scenario per manifestazioni culturali.

Malgrado l'accresciuta sensibilità nei confronti della salvaguardia dei beni artistici, evidenziata anche dai numerosi interventi degli ultimi decenni, in parte menzionati, a cui si aggiunge il recente recupero e destinazione a sede museale del Palazzo Colonna di Genazzano, delle Scuderie Aldobrandini di Frascati, del Palazzo Pamphili di Valmontone, siamo ancora lontani da un utopistico recupero integrale del territorio. Da quello che abbiamo avuto modo di appurare in questo breve contributo, a mancare non è tanto la volontà di tutela, quanto i fondi per attuarla. Ben vengano allora interventi di privati, purché si evitino considerate lottizzazioni, come il caso di Villa Venosa ad Albano (19). Provvidenziale è stato spesso anche il contributo di istituti di credito, è storia recente l'ultimazione dei restauri del Palazzo Civico di Marino (20), finanziati dalla Banca di Roma i cui uffici hanno sede nell'edificio. In ultimo vorremmo ricordare quello che sta facendo il FAI, l'ente nato sul modello del National Trust inglese, che dal 1975 attua un recupero dei beni, non solo architettonici, finalizzato all'interesse della collettività e della cultura, e si occupa non solo del restauro ma anche di garantire l'utilizzo più consono alla natura del bene stesso; ultima sua iniziativa riguarda Villa Gregoriana a Tivoli, i lavori sono iniziati nel settembre 2003 grazie anche al contributo di Unicredito e termineranno nell'autunno 2004.

 

NOTE


1 - V. ROMANI, il palazzo e il giardino dei Cardinali Ginnetti a Velletri in due descrizioni del sec. XVII, Velletri 1972, p.23-38

2 - La seconda guerra mondiale segnò l'inizio di un lungo periodo di abbandono, curiosa è la notizia emergente da documenti bellici che rivelano come uno degli obbiettivi del bombardamento dell'aviazione alleata fosse il deposito di munizioni situato a Villa Grazioli (nonché sede operativa del quartier generale tedesco cui era preposto Kesserling), per errore l'obiettivo venne mancato. In seguito ai bombardamenti divenne rifugio per gli sfollati e in seguito per 40 anni rimase abbandonata.

3 - I. BELLI BARSALI - M.G.BRANCHETTI. Ville della Campagna Romana, Roma 1981.

4 - Su Palazzo Sforza Cesarmi cf'r: V. MELARANCI, Il Palazzo Sforza-Cesarini di Genzano, in Echi del barocco, in "Castelli Romani", Ariccia 1977, pp. 44-88, V.MELARANCI, Genzano di Roma. La città i monumenti., Genzano 2001, pp.18-29.

5 - G. DI BENEDETTI, II recupero di Palazzo Sforza Cesarini di Genzano, in "Castelli Romani" IV, Ariccia 1996

6 - Sul Palazzo Ruspoli di Nemi cfr.: M.G.AURIGEMMA, Palazzi del Lazio dal XII al XIX secolo, Roma 1992, p.68; V. BRANCALEONI, Palazzo Ruspoli. Nemi 1784-1836, Roma 1996.

7 - V. BRANCALEONI, Opera citata, Roma 1996.

8 - Su Palazzo Albani cfr. anche: L. DEVOTI, Itinerari nella Campagna Romana. Castrum Candulphi - Castelgandolfo, Velletri 2000. pp. 96-103.

9 - S. ROTTGEN, Die Villa Albani und inhre Bauten. in AA.VV., Forschungen zur Villa Albani, Berlino 1982, p, 77 e seg.

10 - Su Carlo Marchionni scultore, cfr: F. PETRUCCI, Contributi su, Carlo Marchionni scultore, in E. DEBENEDETTI (a cura di), Sculture romane, del Settecento, 1/ la professione dello scultore, collana "Studi sul Settecento Romano" Roma 2001, pp. 37-53.

11 - Per i documenti vedi G.DELFINI FILIPPI, Per la storia delle committenze della Famiglia Albani; note d'archivio per il Casino di Castelgandolfo, in E. DEBENEDETTI (a cura di). Committenze della famiglia Albani. Note su Villa Torlonia, collana "Studi sul Settecento Romano", Roma 1985, pp. 31-64.

12 - E. GENTILE ORTONA. Un ciclo di affreschi da pitture imperiali romane nell'antica proprietà del Cardinale Albani a Castelgandolfo, in Alessandro Albani patrono delle arti, collana di "Studi sul Settecento Romano" Roma 1993, pp. 103-123.

13 - Su Villa Sarsina cf'r: I. BELLI BARSALI - M.G. BRANCHETTl, op.citata, pp. 242-244; C. PUCCILLO, Anzio delle delìzie, Le dimore nobiliari, 1997, pp. 129-170.

14 - Su Palazzo Pamphili di Albano cfr. : M. SILVESTRI - E. D'AMBROSIO, Palazzo Pamphili in Albano Laziale : testimonianze di cultura materiale seicentesca e settecentesca nei Castelli Romani , Roma 1988: A.M. RYBKO, Palazzo Pamphili. Un mecenate del Settecento ad Albano., in L'arte per i papi e i principi nella campagna romana grande pittura del '600 e '700, catalogo mostra, Roma 1990.

15 - Sulla "Versaglia" cfr. anche: I. BELLI BARSALI - M.G. BRANCHETTl, Ville della Campagna Romana, Roma 1981.

16 - V. GOLZIO, Documenti artistici sul seicento nell'Archivio Chigi, Roma, 1939, pp. 449 e seg.

17 - R. LEFEVRE, Documenti sulla Villa Versaglia di Formello in Archivio della Società Romana di Storia Patria CV. 1983.

18 - R. LEFEVRE, Le rovine di Villa Versaglia a Formello, in "Colloqui del Sodalizio tra studiosi dell'arte" 7-8, 1980-1984, pp. 199-205.

19 - R. LIBERATI, Villa Venosa: paradiso perduto, 1959.

20 - U. ONORATI, Il Palazzo Civico di Piazza Matteotti, dall'abbandono al riuso, in "Castelli Romani", Ariccia 2002, n.3, pp. 115-119.


 



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