Si era nel 1890 quando Gaetano Tortis cal˛ a Nettuno da Pettorano sul Gizio, un paesino sui monti delI'Abbruzzo. Discendente da una famiglia di carbonari, il cui capostipite (un suo antenato) era un certo Michelangelo Tortis, capitano di ventura d'origine saracena, che con un manipolo di mercenari arriv˛ all'Aquila, Rocca di Mezzo e Sulmona, e ristette.
Con pochi altri fond˛ pi¨ tardi il paese di Pettorano e per la sua intraprendenza fu nominato esattore di tasse e balzelli per tutto il circondario.
Gaetano sapeva bene come fare il carbone. Quando venne a Nettuno, aveva questionato con i suoi e cominci˛ a comprare tagli di boschi. Faceva fare stipe di legna a carbonara che poi ricopriva di terra bagnata, avendo cura di lasciare il buco al centro, per arnmicciare il fuoco alla catasta, praticando alla base del cumulo delle prese d'aria che attirassero l'imperfetta combustione in basso con fuoriuscita di cortine di fumo dopo aver otturato il buco centrale.Il suo carbone era speciale, tutto "cannello" di legna scelta, leggero e calorico. Faceva anche la carbonella per gli scaldini e per accendere il fuoco ai fornelli. A quei tempi il carbone veniva usato principalmente dalla gente agiata, che se lo poteva permettere. i poveracci si arrangiavano con la legna da ardere, potature e "tizzoni" (cioÚ: scarti di carbone) che facevano fumo.
Aveva la bottega all'inizio di Via Romana, prima della fontana dell'Ospedaletto, dove oggi c e una rivendita di libri usati.
Lavoro duro quello del carbonaro. I nettunesi coniarono un proverbio a proposito. Quando intraprendevano una nuova attivitÓ, nell'auspicio che gli andasse bene dicevano: "O a Napoli 'n carozza o alla macchia a fa' 'l carbone!
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