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PAOLO SEGNERI:
UN CLASSICO
DELLA TRADIZIONE
CRISTIANA

ATTI DEL CONVEGNO INTERNAZIONALE
DI STUDI SU PAOLO SEGNERI
NEL 300° ANNIVERSARIO
DELLA MORTE (1694-1994)
NETTUNO
9 DICEMBRE 1994, 18-21 MAGGIO 1995

di
ROCCO PATERNOSTRO
ANDREA FEDI

HOME - OPERE

II

AVVENTURE SEGNERIANE
TRA SETTE E OTTOCENTO:
PARINI, LEOPARDI, DE SANCTIS

di GENNARO SAVARESE


II filo rosso che unisce le tre " avventure " indicate nel titolo è la prospettiva storico-critica di De Sanctis, che per chi scrive ha il vantaggio di fornire, sul caso Segneri, accanto all'innegabile forza di presa che hanno su uno studioso le voci evocanti gli anni del suo apprendistato, anche la possibilità di mettere in circuito tre scrittori che per varie circostanze, e in più riprese e prospettive, sono stati un po' come le pietre miliari dei suoi studi, quali che ne siano stati i frutti. Ma la messa in circuito del caso Segneri nella linea Parini - Leopardi- De Sanctis ha tanti legami interni di necessità storica tra i vari suoi elementi da far passare in secondo piano il principio di unità costituito dagli interessi critici di chi scrive: è proprio come se il caso Segneri si offrisse quasi naturalmente come un filo del vasto ordito che potrebbe essere una storia del gusto letterario tra Sette e Ottocento, nella quale i tre scrittori del titolo sono soltanto tre astri di prima grandezza, oltre i quali se ne intravedono molti altri minori.

Leggiamo dunque la " traccia " di queste avventure negli scritti di De Sanctis, a cominciare da Parini. Nella Storia della letteratura italiana, nel capitolo La nuova letteratura, alla sezione sui centri intellettuali (" Milano, i Trasformati "), De Sanctis osserva: " [...] Si rideva a spese di Alessandro Bandiera, che voleva insegnar lingua e stile al padre Segneri, da lui tenuto non abbastanza boccaccevole, e di padre Branda, che levava al ciclo l'idioma toscano e scriveva vituperi del dialetto " (1870-1871). Ma nel saggio Giuseppe Parini (" Nuova Antologia ", ottobre 1871) aveva scritto: "Nella scuola avea dovuto cercarvi [in Virgilio, Grazio, Plutarco, Dante, Berni e Ariosto] le frasi: così volevano il padre Branda, il padre Bandiera e il padre Soave, i pedanti del tempo ". E poi: " Se biasimava il padre Branda e il padre Bandiera, spacciatori di frasi, non era meno severo verso Pietro Verri, che per ruggir pedanterìa predicava licenza ".

Su Leopardi leggiamo: " [...] Anche in questo tempo studiò alcune prose del Tasso e del Battoli, e l'Apologia di Lorenzino de' Medici, le migliori prose italiane a giudizio del Giordani, di quel brav'omo che trovava molta vicinanza tra Segneri e Demostene ".(1)

Il completamento della traccia desanctisiana per queste tre " avventure " segneriane è, naturalmente, nel capitolo della Storia intitolato a Marino, che contiene anche i giudizi finali su Bartoli (" II Marino della prosa ") e Segneri (" Stessa coltura e stesso contenuto nel padre Segneri [...] "): ma rinvio la citazione di questi, come pure dei passi pertinenti delle lezioni giovanili, alla parte finale di questo capitolo. E passo, per cominciare, al Segneri di Parini.

Senza stare a riscrivere per intero la storia della polemica di Parini col padre Bandiera (" che - diceva appunto De Sanctis - voleva insegnar lingua e stile al padre Segneri "), basti qui ricordare che il libro di Alessandro Bandiera, Dei pregiudizi delle umane lettere per argomenti apertissimi dimostrati specialmente a buon indirizzo di chi le insegna (Venezia, Bettinelli, 1755) aveva provocato in risposta Due lettere intorno al libro intitolato " I pregiudizi dette umane lettere " (in Milano, nella regio-ducal corte, 1756), la prima di Parini a Pier Domenico Soresi, la seconda del Soresi a Parini: Parini alla sua aveva aggiunto passi del Segneri messi a confronto con i rifacimenti del Bandiera, per far risultare la presunzione e la ridicola affettazione del censore. Al contrario di quanto potesse pensare qualche contemporaneo testimone di questa polemica, essa, almeno per quanto riguarda Parini, non aveva nulla di meschinamente personale. Ineccepibile, a tal proposito, il giudizio di Dante Isella:

Sono momenti essenziali di questa rimeditazione [della fede classicistica di Parini] le polemiche con i maestri: nel '56 con il Bandiera, quattro anni dopo con il Branda. Polemiche che vanno viste, al di sopra delle motivazioni personali, come affermazioni pubbliche di indipendenza dal classicismo accademico. Della bellezza non si danno ricette infondate: perché questioni nella fattispecie di stile, non di vocabolario, le accuse, mosse dal Bandiera al Segneri, di non avere mai letto " i buoni scrittori toscani " o, quanto meno, di non essere mai " entrato nel gusto della nostra lingua "; ridicola poi la presunzione di migliorarlo, trasponendone alcune pagine, a titolo dimostrativo, in una astratta " scrittura " boccaccesca. Contro la soperchieria del precettismo retorico cui : oppone l'eloquenza della parola giusta al posto giusto, il Parini, pure nell'ossequio alla tradizione, rivendica qui la libertà di ogni vero scrittore, l'indipendenza da qualsiasi ricalco degli esiti della poesia, da ricondurre sempre all'esercizio responsabile di quella libertà.(2)

Anche Ettore Bonora, escludendo ogni personalismo da pane del poeta nelle polemiche giovanili, aveva sostenuto che " gli scritti critici, dalla polemica col padre Bandiera alla polemica col padre Branda [...], servivano a meglio chiarirgli l'idea di un classicismo moderno, aperto alle sollecitazioni della cultura illuministica ".(3)

Ma vediamo con le parole stesse di Parini qualche punto di ordine generale, nonché qualche esempio particolare del suo contraddittorio con padre Bandiera, nel " ragionar di ciò eh 'ali 'immortai Segneri appartiene [...] ". Argomento fondamentale, al quale si informa poi tutto il discorso pariniano, è il principio che, mentre non esclude i grandi autori dalla umana fallibilità, pone proprio nella loro grandezza l'insuperabile deterrente ad ogni tentazione di restauro:

[...] Egli è certo che tutti quanti gli autori, per illustri ch'e' si possan essere, han qualche difetto. Questo non si può negar per niuna maniera né d'Omero, né di Demostene, né di Vergilio, né del medesimo Cicerone; ma ad ogni modo non è lecito ad alcuno, senza taccia di solenne arroganza, di corregger l'opere altrui, e tanto meno le opere grandi, le quali, per le somme bellezze ch'esse contengono, hanno acquistato ragion di non esser tócche nemmeno nelle lor macchie: e per certo modo sacrilego dee riputarsi colui che a migliorar vuoi porsi lo scritto d'un celebre autore [...]. Che se colui, che di migliorare intende alcuna cosa, la peggiora e la guasta in quella vece, vie più arrogante chiamar si dee; onde anche per questa parte da riprender sarebbe il padre Bandiera, il quale, cotal sopruso faccende al padre Segneri, non pur migliorato non lo ha, ma renduto in iscambio peggiore in quel lato ch'e' lo prese ad emendare.

Tra gli esempi di maldestro intervento del revisore sul testo segneriano spiccano quelli attribuibili all'eccesso di " scrupolosità " tipico in scrittori che " non pensano che, per quanto aspra e volgare sia una voce, s'ingentilisce e nobile diventa per l'altezza del suo significato ". " II Bandiera s'è vergognato [...] - nota a questo proposito Parini - d'usare i vocaboli di scomunicato, di bestia, di letamaio; invece de' quali, a onta d'ogni rettorica energia, ha scritto reprobo dichiarato, animale, e finalmente quello affettatissimo mondezzaio [...] ".

Anche sulla base di questi pochi elementi della polemica con padre Bandiera non ci è difficile intuire che nella teoria della letteratura che il giovane Parini andava formandosi doveva essere già entrato uno dei testi chiave della cultura letteraria europea tra Sei e Settecento, il trattato Del sublime. Quando più tardi Parini avrebbe scritto piani e principii per il suo insegnamento, il trattato dello Pseudo Longino avrebbe avuto un posto d'onore. Tra i grandi scrittori che ci hanno lasciato modelli, - avrebbe affermato nei Principii dette belle lettere, parte II - oltre a Fiatone, Senofonte e Marco Tullio

ci piace di mentovare spezialmente Longino. Questi, nel suo trattato Del sublime, di mano in mano che la materia più o manco s'innalza, così va pigliando collo stile i colori di quella; talché ad un tempo con molto giudizio e bella fantasia istruisce la mente per mezzo de' precetti, e la infiamma e la solleva per mezzo dell'espressione che quelli accompagna e rinforza.

Così pure, nell'Appendice circa il Piano dell'ordine e metodo con cui intende trattare le particolari materie detta sua facoltà, forse del 1770:

La Poetica adunque e la Retorica d'Aristotile, l’Oratore di Cicerone, la Poetica d'Orazio, le Istituzioni di Quintiliano, il Trattato del sublime di Longino, sarebbero le opere degli antichi che egli proporrebbe.

Se ora, con la memoria ai passi della polemica segneriana sopra riportati, percorriamo il trattato Del sublime, sarà facile cogliere negli enunciati di Parini echi inequivocabili dello Pseudo Longino. Raccolgo qui di seguito i punti essenziali per questo raffronto.

Sulla freddezza e i difetti di Timeo:
Ma perché prendersela con Timeo, quando perfino scrittori grandissimi, formati alla scuola di Socrate, come Senofonte e Fiatone, talvolta per siffatte stupidaggini dimenticano chi essi sono?(4)

Non è forse giusto definire, in generale, proprio tale questione: se si debba preferire, in prosa e in poesia, la grandezza con alcuni difetti o la mediocrità di una perfezione sempre a posto e senza cadute? [...] Io so che i grandi ingegni non sono affatto immacolati. Infatti l'esattezza pedante rischia di perdersi in piccolezze, mentre nelle grandi opere, come in un immenso patrimonio, è inevitabile che ci sia qualcosa di poco -valore [...]. Le grandi nature cadono per la loro stessa grandezza.(5)

[...] I grandi scrittori, benché siano lontani dall'essere infallibili, tuttavia sempre si sollevano sui poveri mortali [...].(6)

Circa la trivialità del lessico:
[...] Nelle cose sublimi non bisogna mai incontrare parole sporche o oscene, a meno che non lo imponga l'argomento che stiamo trattando (...)(7)

Dal commento di Lombardo:
Una perfezione senza grandezza o una grandezza senza perfezione? [...] I grandi, egli dice, aspirano temerariamente a vette incorrotte e pertanto, talvolta, cadono proprio per il rischioso cimento che li impegna [...]. La caduta, la mancanza sono le condizioni indispensabili all'ascesa e alla pienezza del sublime.(8)

E poi, sulla forma di Longino scrittore:
In una forma stilistica che rappresenta, essa stessa, un esempio di ardita compositio verborum, Longino analizza [...].(9)

Dopo questa rapida, ma, credo, pertinente verifica di un precoce " longinismo " di Parini, c'è da chiederci: quali tracce restano dell'" immortal Segneri " negli scritti pariniani dopo il '56? Il nome del celebre predicatore non appare in quella che sarebbe stata la sede più appropriata, il capitolo V della parte II dei Principii delle belle lettere(" De' progressi della lingua italiana nel secolo decimosesto e ne' seguenti "), dove il " catalogo de' libri migliori da leggersi per la lingua ", chiuso col primo Seicento sui nomi di Lorenzo Lippi e di Michelangelo Buonarroti il Giovane, passa poi immediatamente ai nomi di Benedetto Menzini, Francesco Redi, Alessandro Marchetti, Orazio Rucellai, Carlo Dati, Benedetto Averani, Lorenzo Bellini, Lorenzo Magalotti e Anton Maria Salvini, saltando i poeti e prosatori del Seicento più o meno compromessi col gusto barocco.(10) Nella migliore delle ipotesi la presenza di Segneri potrebbe annidarsi in quell'anonimo cenno ai pochi scrittori che l'Accademia della Crusca, anche negli anni più oscuri del " pessimo gusto " che aveva reso " ridicolosamente famosa " presso di noi l'eloquenza del Seicento, avrebbe alimentato " sempre col latte de' buoni modelli ".

Ma potrebbe anche non essere così. La sensibilissima attenzione di Parini alle intense e innovatrici vicende culturali della Milano teresiana, oltre che i suoi specifici nuovi impegni accademici, potevano averlo portato a mettere in discussione e rivedere alcune simpatie letterarie di gioventù; e l'immagine dell'" immortal Segneri" potrebbe essersi a poco a poco dissolta, fino quasi a scomparire del tutto dal canone dei suoi modelli letterari. Né si dimentichi, peraltro, che tra il 1770 e il 1773 il poeta aveva preso energicamente posizione contro le " scuole dei frati " (in primo luogo i Gesuiti), e contro la loro a torto esaltata eloquenza:

I frati non hanno mai insegnato né insegnano la buona eloquenza, anzi non ne insegnano punto: perché non ne hanno essi medesimi convenevole idea; perché, anche avendola, essi hanno interesse di non insegnar rottamente; perché vengono scelti ad insegnarla quelli fra loro che sono manco abili a farlo; perché lo spirito di partito, che regna fra essi, rompe l'unità e la conformità della instituzione. Fino dal tempo del Castelvetro, vale a dire quasi fino dal rinascere dell'eloquenza in Italia, era conosciuto e messo in derisione lo stile da frati [...]."(11)

Anche qui, come si vede, Parini non fa nomi, e tanto meno quello di Segneri, né allusioni che portino a lui. Però a questo punto vien quasi naturale il domandarsi se la polemica col padre Bandiera fosse stata, a suo tempo, un episodio di " segnerismo ", per così dire, o non piuttosto di " longinismo ". La fortuna e diffusione del trattato pseudo-longinia-no nella cultura europea era un fatto ancora relativamente recente negli anni di formazione di Parini (l'avvio della fortuna europea di Longino era stato segnato dalla traduzione del Perì ùpsous fatta da Boileau nel 1674), sicché per un letterato ancora agli esordi, qual era il Parini da poco accolto fra i Trasformati, l'essere in grado di adoperare, nell'analisi letteraria, uno strumento " retorico " nuovo come il trattato dello Pseudo Longino, rispetto ai più praticati e usuali Aristotele, Cicerone, Grazio e Quintiliano, finiva per essere un importante segno di distinzione in una società letteraria generalmente arretrata e conservatrice. Gli argomenti decisivi adoperati dal giovane polemista contro l'arrogante presunzione del padre Bandiera (i grandi scrittori non sono esenti da difetti, anzi proprio i più grandi sono i più esposti alle cadute; le grandi opere, per le somme bellezze che contengono, hanno acquistato il diritto di non essere toccate nemmeno nelle loro macchie; quando l'argomento lo impone, non c'è proscrizione che tenga contro " voci " aspre e volgari) erano, come si è visto, argomenti in sostanza " longiniani ", o loro varianti e corollari. Contava molto, nell'occasione, per il Parini esordiente, richiamarsi a criteri di giudizio non proprio comuni nel contemporaneo dibattito letterario, e ciò non tanto per un esibizionismo del nuovo, fine a se stesso, quanto proprio nel senso che è stato detto all'inizio, di chiarimento dell'" idea di un classicismo moderno ", di " rimeditazione della propria fede classicistica"(12) anche se per compiere quest'utile operazione di metodo era necessario forzare le misure, e fare dell'autore del Quaresimale un pari grado di Demostene o di Cicerone, cioè di grandezze letterarie che erano le sole degne, secondo lo Pseudo Longino, di far da supporto alla teoria del sublime.

Un Segneri in compagnia del solo Demostene, o di Demostene e Cicerone insieme, ci si affaccia anche dalle pezze d'appoggio leopardiane adunabili sulla traccia desanctisiana di queste avventure letterarie. Da questo punto in avanti, anzi, ci sarà da tener conto di un'altra presenza essenziale, quella di Pietro Giordani, che come a memoria di De Sanctis sarebbe stato il " gran trombettiere " del Bartoli negli anni del suo tirocinio presso il Puoti, così ci appare esserlo stato anche del Segneri con il Leopardi, al tempo delle prime letture " italiane " del poeta. Come ha fatto osservare Bollati, Segneri appartiene allo strato più antico di queste letture di Leopardi, che nella biblioteca paterna poteva trovare quasi al completo il corpus segneriano, e precisamente: Tutte le opere (Roma, 1720); Lettere sul probabile (Colonia, 1732); Esposizione del Miserere (Firenze, 1692); Manna dell'anima (s.l.); Il Parroco istruito (Venezia, 1722); Il confessore istruito (Bologna, 1717); Il cristiano, il parroco, il confessore e il penitente istruiti (Roma, 1714); L'incredulo senza scusa (Firenze, 1690); Prediche dette nel Palazzo Apostolico (Roma, 1694); Quaresimale (Venezia, 1765); Il devoto di Maria (Venezia, 1758).

Seguiamo nell'epistolario del poeta la storia del suo interesse per il predicatore secentesco. Nella lettera a Pietro Giordani del 30 aprile 1817 egli scrive:
[...] Bisogna sapere che qui tutto quello che non è brodo, o se è brodo non è tanto lungo, si chiama Dantesco; sì che il Salvini, p.e., è Dantesco; il Segneri, il Bartoli, e tutti i non cattivi sono Danteschi; ed oltre i non cattivi, fino la mia traduzione di Virgilio [...].

Il 10 giugno dello stesso anno Giordani gli scrive da Milano:
Ella che ha letto Demostene e il Segneri, ha notato come la maniera della loro eloquenza è tutta tutta la stessa, benché io creda che il buon Segneri non sapesse punto di greco? Quel ti esti toùto, sì frequente in Demostene, è una maniera frequente del predicatore: e poi in tutto paiono gemelli.

E di nuovo Leopardi a Giordani il 21 novembre 1817:
[...] Il vostro consiglio intorno alle prose che vanno lette, m'è arrivato opportunissimo, perché già quelle sue scolasticherie e sofisticherie [del Tasso] mi facevano dare indietro. Ve ne ringrazio, e me ne servirò. Ora sono con Demostene con Cicerone col Segneri e col vostro Tasso.

Occorre ricordare che proprio a riguardo del Tasso, in una lettera del 1 ° novembre, Giordani aveva scritto al poeta:
Avete lette le sue prose? leggetele, per amor mio, e per vedere il meglio che io conosca di italiana eloquenza. Ma non tutte; che vi sono insopportabili noie in quelle sue spinosissime seccature e tenebre peripatetiche.

In una nota ad un pensiero dello Zibaldone dell'ottobre 1820 sugli accorgimenti difensivi degli animali, Giuseppe Pacella, dopo aver ricordato che considerazioni di quel genere si leggono sia nella Circe di Gelli che nell'Incredulo senza scusa di Segneri, si dichiara però incline a credere che Leopardi non avesse nel 1820 una conoscenza diretta delle opere segneriane, e che le coincidenze fossero " casuali oppure derivanti da acquisizione indiretta".(13) Mentre confesso che non saprei trovare un motivo valido per dubitare dei dati della corrispondenza con Giordani che farebbero pensare ad una conoscenza diretta e precoce di Segneri nel giovane Leopardi, debbo ammettere che proprio il lungo e intelligente lavoro di Pacella intorno allo Zibaldone reca qualche nuovo, preciso contributo anche alla storia del rapporto Leopardi-Segneri. Così, ad esempio, nel pensiero datato 23 luglio 1821 sulle reazioni dell'animale " assalito o in se stesso, o nelle cose sue care ", il passo che suona:

V. il Gelli, Circe, nel Dial. dove parla della fortezza delle bestie, e il Segneri Incredulo dove parla delle loro guerre, È vergognoso che il calcolo ci renda meno magnanimi, meno coraggiosi delle bestie. Da ciò si può vedere quanto la grand'arte del computare, sì propria de' nostri tempi, giovi e promuova la grandezza delle cose, delle azioni, della vita, degli avvenimenti, degli animi, dell'uomo.(14)

Questo passo ora, grazie proprio al lavoro di Pacella, risulta essere un'aggiunta marginale del '27, che è quanto dire del tempo in cui Leopardi lavorava alla Crestomazia della prosa, nella quale non è perciò un caso che la sezione Filosofia speculativa accolga, l'uno di seguito all'altro, il passo dell' Incredulo (Provvedimenti degli ammali per difendersi dai loro nemici, o per assalirli) e quello della Circe (Fortezza d'animo delle bestie).

Che il tempo di preparazione della Crestomazia prosastica, cioè all'incirca gli ultimi mesi del 1826 e i primi del 1827, rappresenti la fase più intensa del rapporto Leopardi-Segneri ci è anche attestato dagli appunti di carattere linguistico del 17 marzo di quell'anno (Zibald. 4257), tre dei quali riguardano un passo dell' Incredulo senza scusa, che evidentemente il poeta aveva sotto mano per le sue scelte antologiche. Uno di quegli appunti (" Caprea-capreolus ec. Caprio, cavrio / Segneri, ib. c. 13. § l.\ - cavriuolo, capriuolo, capriatto ec. ") ha il suo riscontro proprio nel già ricordato brano segneriano della Crestomazia:

I cervi, i cavrii ed i tori arruolano anch'essi ai tronchi le loro coma, e le pruovano e le ripruovano, prima di venire a duello con gli avversari.(15)

Alla parola cavrii Leopardi annota, secondo lo Zibaldone: " Cioè i capriuoli ".

Per numero e quantità di passi antologizzati Segneri è tra gli scrittori più presenti nella Crestomazia: circa venticinque pagine tratte da cinque opere, in undici brani distribuiti in quattro sezioni dell'antologia (Descrizioni e immagini, Eloquenza, Filosofia speculativa e Filosofia pratica). Dello studioso che finora ha dedicato all'argomento più intelligente attenzione, e del quale meriterebbero di essere riprese e proseguite le indagini su " come lavorava Leopardi " antologista, Giulio Bollati, ritengo che valga la pena di rileggere il passo dell'Introduzione alla Crestomazia nel quale, passando ad occuparsi del versante del barocco, constata in via generale che Leopardi, " pur accogliendone con onore alcuni rappresentanti, ne rifiuti l'essenza specifica ", e cosi continua:

Si veda il caso del Segneri, largamente impiegato a scopi morali (mai devoti), e spogliato senza riguardi di ogni fregio erudito o fantastico, trattenuto con mano ferma dai voli retorico-teologici, estinta in lui ogni virtuosìstica esuberanza. Che altro cerca l'autore della Crestomazia se non di ridurlo a miglior lezione stilistica, depurato della corruzione che s'ingromma su strutture di perdurante e ancora utilizzabile classicità?(16)

Al lavoro di " riduzione-depurazione " (che Bollati paragona ad un " energico bucato ")(17) operato da Leopardi su una prosa segneriana, la IV della sezione Filosofia pratica, sull'Importanza dell'educar bene i figliuoli, sempre Bollati dedica circa sette pagine della Nota ai testi, nelle quali si dimostra " quale limite di libertà possa toccare Leopardi nella rielaborazione di un testo ", nel caso specifico con la " spregiudicata ricomposizione [...] di frammenti del "Ragionamento XIII" del Cristiano istruito ".(18) È vero che si tratta di un " caso estremo ", come avverte il curatore stesso: ma resta il fatto che il brano segneriano della Crestomazia, dopo il lavorio di " bucato " e di forbici operato da Leopardi, risulta essere meno della metà del testo originale.

Il momento segneriano di Leopardi, oltre l'utile indicazione ricava-tane da Bollati per un supplemento d'indagine su come lavorava Leopardi antologista, mi sembra suscettibile di sviluppi anche per un altro aspetto, che coinvolge più generali interessi culturali sia di Segneri che del suo antologizzatore, anche se più plausibilmente del primo che del secondo. Mi riferisco a talune scelte della Crestomazia (quali i passi Costumi dei bruti circa la procreazione e la educazione dei figliuoli e Provvedimenti degli animali per difendersi dai loro nemici, o per assalirli), capaci di tirar l'attenzione di chi legge su un Segneri nel quale le curiosità della storia naturale, già di competenza esclusivamente erudita in un Plinio il Vecchio e in un Gellio, divulgate poi dalla patristica come divine " meraviglie del mondo creato " (basterebbe ricordare per tutti l' Hexaemeron di Sant'Ambrogio), dopo aver fornito materia infinita ad una plurisecolare letteratura di Physiologi, bestiari, erbari, Emblemata, Hieroglyphica, imprese ed iconologie varie, avevano, negli anni di Segneri, fornito alla grande oratoria cattolica l'efficacissima risorsa dei " simboli trasportati al morale " (secondo il titolo e lo spirito dell'omonima opera del poco più anziano confratello di Segneri, Daniello Bartoli, la quale è del 1677), che avevano oltretutto il vantaggio, grazie alla loro attitudine a far " trasecolare di maraviglia ", di conciliare l'ammirazione per la divina armonia del mondo col gusto barocco per la meraviglia.

Nei due brani segneriani della Crestomazia sopra ricordati si agita un copioso e variatissimo campionario di " bruti ", uno zoo che va da rondine e usignolo fino a balena e rinoceronte. Il primo dei due brani ci offre questi esempi e casi da bestiario belli e pronti per entrare in iconologia:

[...] Come la volpe difende il suo covile da' lupi con l'erba squilla, da' lupi abbonita in estremo; cosi la rondinella il difende da certi vermini con le foglie dell'apio; e così le cicogne il difendono da' serpenti con la pietra detta lienite.(19)

Le scimie dimestiche per le case, sono tanto impazzate de' lor figliuoli, che vanno incontro a chi entra, e glieli porgono a divedere, come la più bella cosa del mondo. La donnola, per gelosia che non le sieno rubati, gli trasporta più volte al giorno or di qua or di là; tanto che sembra ch'ella abbiali sempre in bocca. Il castore è della prole sì tenero, che essendo una volta chiuso lontan da essa; per ricercarla, rose co' denti l'uscio del suo serraglio, e fattasi larga strada, si gittò da un luogo altissimo in precipizio dietro di lei.(20)

Il leone mai non combatte più intrepido, che quando abbia a difendere i suoi leoncelli [...].(21)

[...] La balena ad ogni improvviso pericolo, gli nasconde dentro di sé tenendoli nell'intimo di una rocca, ben fortificata da orribile dentatura: e passato il rischio, gli torna lieta a rivomitare nell'acque [...].(22)

La tigre, tanto efferata che ha dato in presto il suo nome alla crudeltà, è nondimeno sì smaniante ancor ella de' suoi tigretti, che una volta fu veduta, in Bengala, correre su la spiaggia ben trenta miglia, dietro una nave, che costeggiando a vele piene per l'alto, glieli portava via, senza remissione, su gli occhi di lei medesima.(23)

Seguono poi, come esempi dell'amore che " fa arditi " i bruti, " il rusignuolo ", che per difendere il nido " non teme di azzuffarsi infm con la vipera "; come esempio di amore che " gli fa ingegnosi ", i cammelli; il rinoceronte, come esempio di amore prudente; la rondineìla, esempio di giusta distribuzione degli alimenti; il delfino, di amore che " gli fa costanti fino all'estremo ", e così il pellicano e la cicogna. Invece l'" agnellino " e le " cagnuole " sono citati come esempi della legge naturale che, " diversificando i bruti dagli uomini, ha preteso in questi una educazione perpetua [...], in quegli una breve ".(24)

Nel secondo brano, una variatissima campionatura dei " provvedimenti degli animali per difendersi dai loro nemici, o per assalirli ", Segneri reca esempi da rosignuoli e sparvieri, airone e falchi, alce e lupi, aquila, cervi, capriuoli, tori, ardea e falcone, e ancora pellicano; storni, armenti e giumenti danno prova che gli animali, " dove manchi la forza, suppliscono con l'unione " contro i loro nemici; e come esempi di " bruti " che, " se non è pronto il soccorso, sanno [...] richiederlo con la voce ", ecco l'upupa, che addita ai cani " la volpe ascosa tra l'erbe "; i cigni, le cicogne e le anatre, che sollecitano le compagne assenti contro l'aquila; o infine le bertucce, che " fanno centra i medesimi cacciatori, gridando forte, come se gridassero al ladro ".(25)

A schermirsi dai cacciatori, poi, vediamo che " tanto gli animali più imbelli, quanto i più forti, son destri al pari ": lepre, orso e leone, sia pure in maniere diverse, ne sono efficacissimi esempi. Il capitolo si chiude con altri elenchi di animali, che o " hanno qualche dote lor propria per la difesa " (scimmie, leone, cervi, seppie, polipo), o hanno questa o queir " arte per assaltare " (donnola, icneumone, tigre, volpe, torpedine).

Se da questa rassegna emerge soprattutto l'eccezionale competenza " iconologica " di Segneri, non è da escludere che almeno un'ombra di confusa e inconsapevole simpatia per questo genere particolarissimo di sapientia finisca per stendersi anche sull'orizzonte della cultura leopardiana, se non altro grazie all'attento scrutinio che lo sguardo dell'antologizzatore doveva aver dedicato a queste, come a tutte le altre prose destinate ad entrare nella Crestomazia.

Per tornare adesso, per la via di Leopardi, al De Sanctis, assunto ad autore di questa traccia, non sarà forse inopportuno osservare che anche il celebre incontro col poeta nello studio del marchese Puoti respira una certa aria di casa con l'idea giordaniana e puristica della letteratura nella quale il caso Segneri ci ha immersi. Il Leopardi che, nell'" istantanea " scattata dalla memoria della Giovinezza, " posa " accanto a Puoti al tempo di un De Sanctis suppergiù diciottenne, è assai più quello delle note linguistiche dello Zibaldone su Segneri che non il poeta dell' Infinito o di A Silvia, stando almeno ai discorsi che a detta di De Sanctis si tennero allora nello studio del marchese. (Il poeta, commentando l'intervento del giovane De Sanctis sul lavoro letto da uno degli " Anziani ", disse: " Nelle cose della lingua si vuole andare molto a rilento ", e " citava in prova Il Torto e il Diritto del padre Bartoli ".}

Era questo il clima nel quale l'immagine dello scrittore barocco a-veva avuto il primo impatto con la memoria storicizzante di De Sanctis, il cui ingresso nella scuola di Puoti era avvenuto proprio quando questi aveva da poco allargato il canone veronese " sino a comprendervi gli scrittori del Cinquecento e il Segneri, il Pallavicini e il Bartoli del Seicento ".(26) Ancora nel 1868, ne L'ultimo dei puristi, De Sanctis avrebbe ricordato certe perplessità puotiane in materia secentesca: " Del Seicento permetteva di soli pochi lo studio, come il Bartoli e il Segneri e con le debite cautele ". Nei ricordi della Giovinezza, poi, questa cauta svolta avrebbe avuto perfino un'ipotesi di spiegazione, configurandosi come effetto di una revisione consigliata a Puoti anche dal desiderio di non contrastare troppo il gusto dei suoi allievi più maturi, gli " Eletti " e gli " Anziani ", scalpitanti e insofferenti ormai dell'esclusivo primato dell'" aureo Trecento ":

Cominciavano i trecentisti a esser messi in disparte; si venne al Quattrocento e al Cinquecento e anche un po' al Seicento [...]. Il Boccaccio e Dante e il Petrarca erano " serbati per le frutta ", come diceva il marchese, e voleva dire che s'avevano a leggere in ultimo. Ma l'ordine era rotto; gli " Anziani " avevano preso la mano. Si lesse una predica del Segneri sul giudizio finale; una descrizione della chiocciola di Daniello Bartoli, per il quale sentiva il marchese un entusiasmo che non giungeva a comunicare: c'era qui il riflesso e l'eco di Pietro Giordani, gran trombettiere a quel tempo del Bartoli [...].

Il punto di vista di De Sanctis su Segneri, e su quanto a lui in un modo o nell'altro si richiamasse, rimase sostanzialmente, fino agli anni maturi, quello della fase puristico-puotiana della sua formazione, e immediati dintorni. Divenuto titolare di una sua scuola, De Sanctis infatti aveva avuto occasione di occuparsi a sua volta, e a più riprese, di Segneri. Le lezioni giovanili conservano traccia dello scrittore nel corso del 1840-41 su lingua e stile, una prima volta nella lezione terza sulla lingua, su Come arricchir la lingua senza corromperla (Segneri vi è ricordato tra quelli che " ciò fecero bene ", in compagnia di Gelli, Caro, Giacomini, Allegri e Redi), ed un'altra nella lezione quindicesima, nella sezione " Dello stile ", questa volta però con segno negativo, anche se in compagnia di Dante (a proposito della " delicatezza ", " a cui son contrari i pensieri ributtanti o indecenti, e l'espressioni analoghe ", De Sanctis aggiunge: " In che incorre talora il Segneri e Dante, come glielo rimprovera il Casa "). È notevole, in questo stesso corso, nella lezione Della scuola italiana che fa corpo con la trentaduesima sullo Sviluppo della letteratura italiana, un rapido accenno a Segneri in una embrionale prospettiva storiografica, e ancora una volta all'ombra del nome di Giordani: " II Giordani si può dire il primo oratore d'Italia; perocché tra gli antichi noi non abbiamo che il solo Segneri, e non sempre, che spesso tien più del retore che dell'oratore ". I quaderni delle lezioni 1843-44 sull'estetica ci danno infine, sotto il titolo Del genere oratorio, un ulteriore inquadramento dello scrittore in una prospettiva storica più ampia, perché addirittura europea, ed è dove si discorre dell'eloquenza religiosa di Riforma e Controriforma, dei Gesuiti e del Bartoli: " Quanto all'Europa, la vivacità della discussione era attutita dalle formole scolastiche; e le prediche erano indirizzate solo al basso popolo. Degli oratori popolari Segneri è il capo ".

Il punto di arrivo del rapporto De Sanctis-Segneri è nella pagina della Storia dedicata al Padre gesuita, verso la fine del capitolo diciottesimo (Marino], e subito di seguito al giudizio su Daniello Bartoli, al quale si collega (" Stessa coltura e stesso contenuto nel padre Segneri [...] "). Che il punto di vista di queste pagine della Storia conservi fortissimi ricordi e impressioni del tirocinio puristico dell'autore ci è segnalato dall'ampia citazione dalla Ricreazione del Savio, la descrizione della chiocciola di Daniello Bartoli, oggetto di una lettura alla scuola del Puoti ancora memorabile, come si è visto, tra i ricordi della Giovinezza. Del resto i pochi elementi che non siano di stroncatura in questo giudizio finale su Segneri sono quelli di rilevanza linguistico-formale:

Gli si può dar questa lode negativa, che se spesso stanca, non annoia l'uditorio, che tien sospeso e maravigliato con un " crescendo " di gradazioni e sorprese rettoriche; e talora piacevoleggia e bambineggia per compiacere a quello. Ancora è a sua lode che si mostra scrittore corretto, e non capita nelle stramberie del Panigarola, o nelle sdolcinature e affettazioni de' suoi successori.

Anche l' accessus di De Sanctis da me seguito come traccia al racconto delle due altre avventure segneriane, di Parini e di Leopardi, rimane nell'ottica dei suoi ricordi puristici e giordaniani. Quando, ad esempio, egli pensa al Parini della polemica segneriana col padre Bandiera, attribuisce anacronisticamente al poeta settecentesco i connotati di un apprendista del marchese Puoti. Da studente, egli dice, Parini aveva dovuto, nei classici, " cercare le frasi ", come volevano i vari padre Branda e padre Bandiera, i " pedanti del tempo ", " spacciatori di frasi ": e quello del dover cercare le frasi nei classici, per compilare i quaderni dei " gentili parlari " era, come si sa, il primo dovere degli allievi di Puoti. Allo stesso modo l'accesso all'avventura segneriana di Leopardi è stato propiziato, nel mio racconto, da una parentesi aperta da De Sanctis, nello Studio su Giacomo Leopardi, sui gusti letterari di quel " brav'omo " di Giordani. L'ottica desanctisiana, come pure si è visto, può giovare solo fino a un certo punto a fare un racconto delle avventure in epigrafe, se quella di Parini può tollerare il supplemento retorico-longiniano da me indicato e quella di Leopardi più di un aggiornamento di ricerche filologiche e di fonti culturali, fino sul terreno della " letteratura delle immagini ". Ma si sa che anche per De Sanctis, come per tutti i veri grandi maestri, vale il principio che una delle loro maggiori virtù pedagogiche è la generosità di lasciar qualcosa da fare anche a quelli che vengono dopo di loro.

GENNARO SAVARESE
Università di Roma, La Sapienza


NOTE

1 - Francesco De Sanctis, Studio su Giacomo Leopardi, 1883, cap. IX.

2 - Dante Isella, Diagramma pariniano, ne I Lombardi in rivolta, Torino, Einaudi, 1984, pp. 72-73.

3 - Ettore Bonora, Parini e altro Settecento. Fra Classicismo e Illuminismo, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 16.

4 - Pseudo Longino, Il sublime, a cura di Giovanni Lombardo, Palermo, Aesthetica, 1987, p. 32.

5 - Ibidem, p. 58.

6 - Ibidem, p. 61.

7 - Ibidem, pp. 65-66.

8 - Ibidem, pp. 110-11.

9 - Ibidem.

10 - Se a Bonora sembra " significativa specialmente l'assenza del Battoli ", non meno lo è quella di Segneri, tanto più che al professore di Brera questo nome doveva ricordare la sua prima grande battaglia letteraria.

11 - Giuseppe Parini, Delle cagioni del presente decadimento delle belle lettere e delle belle arti in Italia e di certi mezzi onde restaurarle, scritto databile tra il 1770 e il 1773.

12 - Ettore Bonora, Parini e altro Settecento, cit., p. 16; Dante Isella, Diagramma pariniano, cit., p. 72.

13 - Giacomo Leopardi, Zibaldone, a cura di Giuseppe Pacella, Milano, Garzanti, 1991, p. 288.

14 - Ibidem, p. 834.

15 - Giacomo Leopardi, Crestomazia italiana. La prosa, a cura di Giulio Bollati, Torino, Einaudi, 1968, p. 323.

16 - Ibidem, p. LXIX..

17 - Ibidem, p. 580.

18 - Ibidem, p. CVIII e sgg.

19 - Ibidem, p. 320.

20 - Ibidem.

21 - Ibidem.

22 - Ibidem.

23 - Ibidem, pp. 320-21.

24 - Ibidem, pp. 321-22.

25 - Ibidem, pp. 322-24.

26 Maurizio Vitale, La questione della lingua, Palermo, Palumbo, 1978, p. 383.







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