Autorizzazione concessa
da Silvano Casaldi
Responsabile del Museo dello Sbarco di Nettuno

 

UNA MANCIATA DI SABBIA

Raramente, l'attesa dell'imbarco fu breve. Molti dovettero bivaccare per giorni nella chiesa di Anzio, illesa tra i crateri aperti dalle bombe. Gli autocarri americani, dopo aver preso su i civili dalla campagna, dal Sacro Cuore e dal piazzale di San Rocco, punti di riunione di gran parte dei nettunesi, li ricaricarono anche per il tratto finale S. Teresa-porto. L'operazione si concluse nei giorni di Pasqua e pasquetta, il 9 e il 10 aprile. Non meno di ventimila persone se n'erano andate, tramandando di quel distacco l'interpretazione dei più anziani che si chinarono a raccogliere una manciata di rena e l'avvolsero in un fazzoletto, come reliquia del loro mondo che forse non avrebbero più rivisto.
Al largo del porto di Napoli, tuttavia, le luci della città non più sepolta nell'oscuramento furono un'iniezione di vita. A terra, quando piccoli e grandi dovettero spogliarsi in un casermone, presentarsi nudi alla spruzzatura di DOT e completare sotto le docce lo sterminio dei pidocchi e delle pulci, si potè pure ridere di ciò che c'era di buffo nella trafila avvilente. Addirittura festoso, a pasquetta, l'arrivo della Brooklin AS 220, una corvetta, che si addobbò di bandiere in mezzo al golfo partenopeo, segnalando la presenza a bordo d'un passeggero in più. Ne era responsabile Santa Cecconi in Camilli, sfollata da Piscina Cardillo, che aveva appena dato alla luce un pupo, cui fu imposto il nome del marinaio - Giorgio - che lo resse a battesimo, unitamente a Marcella Lopez, la madrina residente a Cisterna. Il ruolo più importante, lo sostenne però un altro marinaio, l'italo-americano Antonio Bavarese, arrangiatesi a coadiuvare nel parto Santa con le sue cognizioni di farmacista.
Da un'altra nave, qualche giorno prima, era stata invece sbarcata morente Marisa laureili, la sorella più piccola di Tony. Nella baracca della Seccia - la sera in cui gli americani passarono a raccogliere gli sfollati - si era accesa come un falò, rovesciandosi addosso un lume a petrolio. La ricoverarono all'ospedale degli Incurabili con ustioni di terzo grado. Tony, da Bagnoli, aveva fatto un salto a vederla. Tornò in ospedale, dopo l'addio al 504: trovò il lettino vuoto e la madre che piangeva.
A Napoli, Tony rimase fino alla liberazione di Roma, unendosi a un reparto di genieri americani che aggiustavano il porto. Nel dopoguerra, dovette fare i conti con la disoccupazione, e allora provò a far valere il suo passato di combattente. Scrisse al dipartimento dell'esercito a Washington, scrisse al comando della 82a divisione a Fort Bragg, scrisse perfino a John Kennedy. Gli risposero: "È vero: lei è stato dei nostri. Ciò valga a raccomandarla in Italia".
Non gli valse neppure l'ammissione tra i partigiani. Bussò inutilmente al Ministero della Difesa. Si sentì dire: "Spiacenti, signor Taurelli: non si può tener conto d'un servizio prestato in un esercito straniero". Al contrario, devono averne tenuto conto i compaesani che lo elessero consigliere comunale nel 1980. La ricompensa, che l'ha ricompensato di tutto, è venuto però a portargliela un anno fa il tenente Navas a Nettuno: una medaglia d'oro, con queste parole: "Il tuo spirito e il tuo coraggio furono un'ispirazione per ognuno di noi. Eri con me durante la mia ultima ricognizione, il 27 febbraio del '44, quando persi il braccio sinistro. Non lo dimenticherò mai".

 

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