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NETTUNO VISTA
DA UN GIORNALISTA
1982 - Collana Caritas

di
OSCAR RAMPONE

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Passeggiate


 

Nettuno non la scopri subito. Ed è colpa del mare. Perché, appena vi arrivi, ti cattura. E tu non hai occhi che per lui. Così, anche se ti stabilisci a Nettuno, come ho fatto io, per un certo tempo non conoscerai altro che il mare.
La tua passeggiata si limiterà a corso Matteotti, di dove continuerai a bere avidamente l'azzurro del cielo e del mare nettunesi più intensi di tanti altri azzurri.
Un giorno, finalmente, comincerai a guardarti intorno. I tuoi occhi si fermeranno con più attenzione sui doppi filari e le arcate di tamerici, sui palazzi che guardano il mare, sull'antica villetta che se ne sta lì fra due fabbricati, come una graziosa vecchina tenuta per mano da due omaccioni. Sosterai a guardare i gioielli, in una vetrina; gli occhiali, in un'altra; un paio di scarpe, in un'altra ancora. Ti raggiungeranno l'odor di pizzetta e la canzonetta da "hit parade ". Entrerai al bar - ristorante " Le Sirene " e siederai sulla terrazzina panoramica innanzi ad una bibita.

Un altro giorno scoprirai il Borgo e sarai vittima di un'altra magia. Il passato ti verrà incontro dalle viuzze d'ombra, si affaccerà dai balconcini fioriti, scenderà dalle scalette consumate dai secoli. E ti sentirai come sperduto in mezzo ad una folla sconosciuta evocata da ricordi che non sono tuoi (li hai trovati nei libri).
Tornerai spesso nel Borgo, ma lui, a differenza del mare (amico a prima vista, che ti apre subito le braccia e ti racconta tutto), non apprezzerà la tua curiosità, né ti varranno da presentazione i libri che ti hanno parlato di lui.
Anche se avrebbe tanto da dire, il Borgo rimarrà abbottonato: lui non parla con gli sconosciuti. I fantasmi del passato li sentirai aleggiare intorno a te. Ti sfioreranno ombre di papi ed alti prelati, imperatori e principi, dame bellissime. Ma passeranno accanto ad un estraneo. E sentirai con tristezza improvvisa che eri lì lì per afferrare un segreto prezioso e, invece, ti è sfuggito dalle mani.
Bene, se hai sentito tutto questo, il fascino del Borgo non ti lascerà più. Vi tornerai sempre più spesso, con una curiosità riguardosa. Il Borgo si deciderà a parlare, solo quando sarai capace di ascoltarlo rispettosamente, e lo farà poco per volta.

Ma ora lasciamo questo quartiere sussiegoso, scendiamo dal Cavone sulla Marcia Ronda, facciamo il percorso che facevano una volta le guardie, giriamo il torrione e scendiamo nella piazzetta antistante palazzo Canestrelli. Mentre guardiamo una fontanina che sa di giocattolo, arriva un giovane che si china a bere e nel farlo alza una gamba.

 

LE VILLE
Vi sono altre cose, oltre il Borgo, da scoprire, a Nettuno. Vi è il Villaggio Bagnanti, tutto villette in mattoni. È spopolato e un po' triste, in inverno, quando la maggior parte dei proprietari è via, ed agonizzano nei vasi i gerani. Allora le uniche voci vengono dagli uccelli di una voliera.
È chiassoso d'estate, quando le bougainvillee ai due capi di via Mantova urlano il loro trionfo cremisi, e rose bianche, gialle e rosse si affacciano da tutte le parti a gridarti che l'estate è bella. Lo gridano, anche se meno piacevolmente, pure i ragazzi che vanno su e giù in moto e ciclocross, e i cantautori che esplodono da radio e televisori.
È più tardi che scoprirai una zona di ville molto più ampia che, oltre il crocicchio di via della Liberazione, si allarga su una grossa fascia in direzione est-nord-est fino al Poligono di tiro.
Ve ne sono di ogni tipo. Da quella modesta dell'artigiano che vi abita permanentemente, a quella in cui ci si arrangia, destinata a puntate di fine settimana ed a soggiorni estivi; da quella con una certa pretesa, a quella di lusso con cani da guardia nei giardini rigogliosi, ed interni di gusto raffinato.
È un'altra Nettuno, questa. Una Nettuno verde, ove le strade hanno nomi di alberi e di fiumi. Qui le rampicanti scalano finestre e terrazze, e i fiori traboccano da recinti e cancelli.
Ma le ville, in una città come Nettuno, che vive in gran parte sul turismo, sorgono dappertutto. Ve ne sono di molto belle in un'altra zona a nord-ovest, che parte dalla Scuola di polizia e le cui vie hanno suggestivi nomi di fiori: anemoni, azalee, gigli, gladioli, glicini, iris e tanti altri. È questa una zona nuova, e perciò si notano motivi architettonici modernissimi e soluzioni ardite. Inutile dire che probabilmente trovi le azalee in via dei Glicini.

 

VIA ROMANA
Una via antica che si scopre tardi è via Romana. I vecchi nettunesi dicono che una volta era la via del vino. Vi erano osterie con tanto di frasca per insegna, e tutti gli scantinati erano pieni di bótti. Era una via sacra a Bacco che d'autunno odorava di mosto.
Ma con gli anni cambiò. Si andò modernizzando, ma non tanto. Le osterie vennero sfrattate e si rifugiarono in via dei Volsci ed altre stradine della zona. Al loro posto sorsero negozi di ogni genere, e via Romana acquistò un carattere più distinto e meno chiassoso. Divenne riservata e discreta. Ha mantenuto questa caratteristica anche dopo l'apertura di una galleria di nuovi negozi.
In via Romana non si capita per caso. Ci si va apposta. Bisogna cercarla, e te la devono indicare.
Si apre con un negozio di pescivendolo. In cassette che traboccano dal negozio e si allungano sul marciapiedi, sarde e alici, ombrine e spigole, marmore e cefali, se ne stanno adagiati di fianco e guardano il cielo con un occhio solo. Ma non le razze e le sogliole, che gli occhi li mostrano tutti e due. Ti inoltri ed arrivi ad un negozio ove trovi tutto per gli animali. Mentre stai a guardare, qualcuno ti rivolge la parola. Ti giri e non vedi nessuno. Sei lì perplesso, quando ti senti apostrofare con un epiteto che ti manderebbe in bestia, se non ti spiegassero che chi parla è una gragula o merlo asiatico. Se non lo conosci già, il merlo asiatico ti farà grande impressione, perché la sua voce, diversamente da quella nasale del pappagallo, è chiara e scandita. Si ha l'illusione perfetta che a parlare sia un uomo.
In via Romana puoi far mettere in cornice un dipinto, trovare gli ultimi successi librari, far duplicare una chiave, acquistare una serratura a prova di ladro, comprare soprammobili di argento, articoli di abbigliamento, colori e vernici, e, se ne hai voglia, puoi andare anche al cinema.
Insomma, in via Romana puoi comprare tutto o quasi ed a prezzo conveniente. Se ti lagni perché non sei riuscito a trovare un prodotto, la prima cosa che ti chiedono è se hai cercato in via Romana.
Via Romana è la via Frattina di Nettuno. Al pari della famosa arteria della capitale, ama le grandi ricorrenze e le onora vestendosi a festa. Lo fa specialmente a Natale e sempre in modo diverso, un anno sono candele ed abeti, un altro sfere di vetro e stelle d'argento, un altro ancora Santa Claus e stelle comete. Ma cerchiamo di dare un po' d'ordine a queste passeggiate. Facciamo finta di arrivare col treno, e scendere alla stazione chiara e graziosa. Venne inaugurata nel 1934 nel cinquantenario di quella vecchia che si trovava dov'è ora l'ufficio postale. È la gemella di quella di Anzio. Forse si vollero evitare gelosìe fra le due città rivali; rivalità a cui il fascismo non diede peso, tanto è vero che nel 1939 le riunì e le ribattezzò con l'antico nome di Nettunia.
Però, caduto il fascismo, l'antica rivalità fra gli anziati che chiamano vignaroli e ranocchiari i nettunesi, e questi che si rifanno chiamandoli pesciaroli e scapocciasarde, riesplose e, il 3 marzo 1945, ci fu la separazione.
Cosa stavo dicendo? Ah sì: che la stazione è graziosa, non solo, ma è chiaro che il capo stazione ama i fiori. Ne vedi dappertutto, nei vasi e nelle aiuole al di qua e al di là dei binari. Alte palme svettano dal giardino fra pini, ligustri e magnolie.

 

VIA CRISTOFORO COLOMBO
All'uscita dalla stazione, trovi un piccolo giardino, superato il quale vedi il cinema Roxy accanto a palazzo Grieco, un edificio moderno di cinque piani dalla pregevole linea architettonica, che fa angolo con via Cristoforo Colombo.
Tutto il pianterreno è occupato da un grande negozio di colori, vernici e articoli di arredamento. Le esposizioni che variano spesso ti mettono voglia di avere un vaso, un tendaggio, un tappeto così.
Dal cancello di questo palazzo si vede un minuscolo e rigoglioso giardino - natura. Chi lo cura ha il pollice verde. Se lo pianta lui, anche un ramo secco mette radici. Ama riamato le piante, le lascia fare e queste l'armonia la trovano da sé.
A destra, una fila di villette con giardino. Da una di esse un glicine in fiore lancia un saluto violetto alla primavera. L'odor di trielina fa pubblicità ad una tintoria. Il lato destro si conclude con un negozio dì alimentari, la cui proprietaria, simpatica, svelta e chiacchierina, parla anche per il taciturno marito.
A sinistra, dopo il giardino - natura, una trattoria si affretta a farti sapere che ha anche specialità tedesche. Comunque, in vetrina, noti rassicuranti pizze e supplì. Polli nudi ed abbacchio appeso a testa in giù annunziano una macelleria, poi un caleidoscopio di frutta traboccante da cassette pericolosamente in equilibrio su altre cassette t'invitano a fermarti. Ma devi entrare in negozio per vedere - e sentire - quanto è spassosa la padrona. Subito dopo, vi è un'elegante " boutique " dal nome sonoro e gentile, al quale la padroncina fa molto onore. Nelle sue vetrine abita il buon gusto.
Segue una piazzetta con altri negozi e l'ufficio del telefono pubblico. Poi, a destra, il Municipio e, a sinistra, la Cassa di Risparmio fanno angolo col lungomare.
La banca viene guardata dall'insigne oratore Paolo Ségneri che, ben a ragione, è invidiato dalle altre illustri personalità nettunesi. Infatti, nessuna di esse ha un monumento, mentre lui ne ha addirittura due.

 

IL MUNICIPIO
Uno sguardo al mare e poi ci volgiamo a guardare il Municipio. E' di aspetto allegro e dignitoso insieme. Si vede benissimo che la sua torre merlata è solo un fatto decorativo. E resta giovane anche se ha 65 anni.
Una volta aveva una seconda torre in ferro, una torre Eiffel in miniatura, in cima alla quale una campana batteva le ore.
Ma durante la guerra scorsa i tedeschi, che avevano più fame di ferro che di patate, la smontarono e la portarono via. Forse la trasformarono in cannone.
Il secondo ingresso del municipio dà su piazza Cesare Battisti con al centro il candido monumento ai Caduti. Sullo sfondo, due palazzi, uno massiccio ed introverso, l'altro snello ed estroverso, il primo ti guarda severo, l'altro s'affaccia a salutarti. La piazza si apre verso il mare.
La passeggiata continua. Ecco i fratelli Barattoni, ottimi fotografi figli di un famoso fotografo; poi Fabrizio, che prende le signore per i capelli, ma per farle più belle, poi moto, profumi e articoli casalinghi. Un mini - market e un bar si fronteggiano con il ristorante Tripolino.
Ecco un grande negozio di abbigliamento, poi quello pie-colino del re dei gelati, frutta e verdura, un circolo sportivo, una profumeria, un parrucchiere ed una gioielleria. Credo proprio che la lista sia completa.
Un momento: ho dimenticato varie cose, tra cui la farmacia. E dire che ne sono un cliente talmente abituale che, una parola oggi, una frase domani, il farmacista ed io siamo diventati amici.

 

PIAZZA MAZZINI
È questa l'agorà di Nettuno. È qui che i vari gruppetti di pensionati si incontrano e sostano per dibattere eterni argomenti o raccontare per l'ennesima volta alle stesse persone avventure che, anche se gonfiate ed abbellite ad ogni ripetizione, possono dire qualcosa solo a chi non le aveva mai udite.
Presso i tabelloni dei partiti socialista e comunista che espongono l'" Avanti " e l'" Unità ", sotto i lecci o sulle panchine dei giardini, intorno alla fontana di Nettuno o al chiosco dei giornali, innanzi alla Cassa Rurale Artigiani o innanzi ai bar che si affacciano sulla piazza, le facce che vedi sono sempre le stesse.
In piazza Mazzini, i fatti del giorno vengono visti da sinistra, dal centro e da destra. Si commenta e si critica tutto.
È qui che avvengono quasi tutti i comizi. Qualcuno sale su un palco e rivendica qualcosa, dopo che per alcune ore una macchina con altoparlante ha percorso la città, annunziando che lui l'avrebbe rivendicata.
Se da piazza Mazzini ti va di proseguire, passi accanto ad una libreria che espone ghiotti libri ed arrivi ad un punto in cui la strada si biforca. Fa da spartitraffico un bar - pasticceria che, pur essendo uno dei più antichi di Nettuno, continua ad essere uno dei migliori.
Nella strada di destra, la prima persona che vedi è un calzolaio che, al di sopra degli occhiali, interroga tutti i passanti - non gliene sfugge nessuno - con uno sguardo pieno di curiosità. Ma non si capisce bene se dice: " Vieni da me? Chi sei? " o " Dove vai? ". Seguono una macelleria, un negozio di alimentari, una bigiotteria orientale, un grande ed elegante negozio di abbigliamento e tessuti, un negozio di calzature ed altri ancora.
Poi la strada si biforca anch'essa. Quella di destra va all'ospedale, innanzi al quale vi è una magnifica piazza alberata, e quella di sinistra, alla chiesa dì San Francesco, costruita sulle rovine del tempio della dea Fortuna. Dice lo storico Bartolomeo Soffredini che la chiesa con relativo cenobio venne fondata dal poverello d'Assisi e ciò era dimostrato da una pergamena che fino al 1648 era ancora presso la chiesa.

 

VIA GRAMSCI
Se da piazza Mazzini prosegui per la strada di sinistra (via Gramsci), trovi bei negozi di fiori, di foto, di dischi, di abbigliamento, l'immancabile bar, una elegante agenzia di viaggi, una sala di biliardi che vede innocenti ma accese competizioni di adolescenti. Dopo un negozio di ottica eccone uno che ti piglia per il naso e ti trascina dentro: è una pasticceria dalla quale escono e ti afferrano effluvi di crema, di cioccolato, di mandorla, di vaniglia.
A sinistra, la mole del castello Sangallo con tanto di ponte levatoio. Lo fece costruire il duca Valentino per ordine di Alessandro VI (papa Borgia), nel 1501. Lo progettò Giuliano Giamberti da Sangallo e lo realizzò suo fratello Antonio. Anche se offesa da un restauro assassino, è un'opera di grandissimo interesse che sarebbe bene visitare.
Ed ecco un giardinetto dietro il quale fa spicco l'ufficio postale. Era qui che una volta arrivava " un bello e orribile mostro " che aveva divorato i piani. Avrai capito che mi riferisco al treno come lo vide il Carducci nel suo " Inno a Satana ", una cosa meravigliosa che le successive generazioni dissacratrici avrebbero chiamato " gamba de legn ".
A destra e sinistra dell'ufficio postale, due strade che poi si ricongiungono. Su quella di destra alcuni grossi edifici religiosi, le scuole elementari e professionali femminili. La strada di sinistra, se si fa eccezione di un magnifico belvedere, leva la parola al mare, il quale diventa un fatto privato: appartiene a questo o quel signore proprietario di questa o quella villa. Qualche bella costruzione ferma la tua attenzione, poi l'orrenda selva delle antenne tivvù ti fa girare la testa dall'altra parte, dove gli olivi e i pini di villa Borghese svegliano il tuo desiderio di ombra, di silenzio, di odor di resina.

 

IL MONUMENTO
Ormai sei al confine. Se da sinistra del viale scendi al mare percorrendo la ripida e curva via Egidi, non solo vedi delle belle ville, quelle del mare proibito, che corrono verso Nettuno, ma uno strano monumento opera di Amerigo Tot, lo scultore dalle cui mani uscirono il martello d'oro col quale, nel 1975, Paolo VI aprì la porta santa, e le varie medaglie coniate per ricordare l'avvenimento.
Il monumento è un dono dei Lions di Anzio - Nettuno uniti in un solo club. È un posto al confine delle due città ma non per segnarlo, piuttosto per servire da " trait d'union ".
Con questo monumento, sorto su un bunker tedesco, i Lions, organizzazione internazionale che opera per la pace e la solidarietà umana, hanno voluto indicare la necessità della pace, sottolineando l'orrore della guerra.
L'opera rappresenta un enorme elmo di acciaio. È stato fatto coi rottami raccolti sul campo di battaglia di Anzio -Nettuno e rassomiglia a tutti gli altri elmi, ma a nessuno di essi in particolare. La corazza d'acciaio più che alla difesa fa pensare alla forza d'urto dell'offesa, alla macchina bellica inesorabile e cieca che avanza, schiaccia ed uccide.
Due grandi occhi freddi, risoluti, spieiati, fissi sul mare evocano le atrocità e l'orrore dell'ultima guerra mondiale.
All'inaugurazione avvenne qualcosa che, mentre divertì i presenti, costituì implicitamente un apprezzamento positivo.
Una folta rappresentanza di autorità stava immobile intorno al monumento ad ascoltare qualcuno che parlava, quando un cane randagio si infilò incerto e cauto fra loro. Gli doveva sembrar strano che tutti gli altri tacessero e nessuno si muovesse. Forse intuì che si rendeva omaggio a quella informe figura e la guardò attentamente. Ad un certo punto, indietreggiò, digrignò i denti, abbaiò al monumento e scappò via terrorizzato.
Il naturalista Niko Timbergen - e non è il solo - dice che molti animali si spaventano moltissimo alla vista di un paio d'occhi che li fissano da vicino.
Non so come il monumento sia apprezzato dagli anziati e dai nettunesi, ma l'aver spaventato una creatura semplice come un cane indica chiaramente che, se Tot intendeva suscitare terrore, lo scopo è stato raggiunto.

 

IL MERCATO D'OGNI GIORNO
Se da piazza Mazzini giri a destra, trovi subito il Banco di Santo Spirito, oltrepassato il quale, sei al mercato.
La prima cosa che attira il tuo sguardo sono le gabbie in cui vi sono alcune quaglie e, sopra le gabbie, un coniglio, una faraona e alcuni polli, i quali, siccome dal tempo dei " Promessi Sposi " non sono ancora cambiati, continuano a beccarsi come i polli che Renzo Tramaglino portava all'avvocato Azzeccagarbugli.
Tutto intorno negozi e banchi di vendita pieni di bendiddio: carne, formaggi, frutta e verdura, latticini, pesce di ogni qualità.
Fra i banchi si aggira una folla fatta in prevalenza di donne, che guardano, palpano, soppesano, scelgono e, mentre pagano, si lagnano dei prezzi che sono andati alle stelle.
Più in là, in via Veneto, innanzi ad un chiosco - bar, due banchi di fiori.
Le massaie amano i fiori. " Rallegrano la casa ", mi diceva una di esse. " Sembra meno vuota, quando mio marito e i miei figli sono fuori ". Se le massaie sono a corto di quattrini, si contentano di un mazzetto d'anemoni; altrimenti si lasciano tentare dai gladioli, dalle calle o addirittura dalle strelitzie.
Verso mezzogiorno, le due fioraie hanno messo insieme un bel mucchietto di mille lire tutte spiegazzate. Le stireranno qualche ora dopo, quando saranno a casa e faranno i conti della giornata.
Quello del mercato è uno spettacolo interessante che termina verso le tredici. Spariscono i veicoli, gli ombrelloni e la merce. Nel pomeriggio, la piazza è deserta.

 

IL MERCATO DEL GIOVEDÌ
Un altro mercato più grande, quello del giovedì, si svolge in via Diaz, accanto al cimitero americano. Vi arrivi da via Romana o via Santa Maria, dopo aver attraversato il ponte della ferrovia.
I venditori vengono da ogni parte del Lazio. Hanno un accento ibrido, tra il romano, il ciociaro e il napoletano. Il loro italiano approssimativo, fiorito di vocabili dialettali è molto divertente.
Occupano un paio di centinaia di banchi di vendita ai due lati della via che brulica di massaie, parte delle quali arriva in macchina, mentre la maggioranza si sobbarca ad una lunga passeggiata. Vengono attratte dalla grande varietà della mercé in vendita e soprattutto dai prezzi, che sono sempre inferiori a quelli praticati in città, anche se qualche volta la qualità di certi generi lascia a desiderare.
Le massaie, che hanno portato grosse borse o capaci sacche con tanto di rotelline sotto, trovano qui stoffe, coperte, articoli di abbigliamento, mercerie, calzature, pelletterie, vasellame e gli oggetti più vari per la casa; piante, fiori, frutta e verdura, salumi e latticini, vini e liquori. Insomma, tutto.
I posti di vendita sono raggruppati per genere, così è più facile osservare, paragonare e scegliere.
Le vendite del giovedì ammontano ad una decina di milioni di lire.
Anche qui verso mezzogiorno la gente sfolla, e la via che al mattino formicolava di gente, al pomeriggio è triste e sola.

 

IL POLIGONO
Con le mani appoggiate al muso di due " foche " di cemento della diga, guardo il tempio che custodisce il corpo di Santa Maria Goretti, e cerco di immaginare la chiesetta che era lì prima, quella di San Rocco, dove approdò Our Lady of Grace, per trasformarsi in Madonna delle Grazie.
Più in là, il rione Scacciapensieri col suo grattacielo dà una pennellata " rock " alla città.
Ed ecco il Poligono di tiro. Me lo indica una nuvoletta di fumo cui, dopo alcuni secondi, segue lo scoppio.
Quando arrivai a Nettuno, non sapevo che vi fosse un poligono di tiro. Lo capii a furia di cannonate. La prima volta che udii il cannone, l'esplosione fece tremare i vetri della mia finestra.

Noi d'una certa età siamo stati tutti complessati dalla guerra; perciò sobbalzai e pensai subito a un disastro. E mi stupii nel notare che la signora che vedevo nella terrazza di fronte continuava a cantare e a far tagliatelle.
" Non è possibile che non abbia udito ", pensai, ma anche la gente che passava nella strada appariva tranquilla e indifferente.
Ero lì perplesso, quando ecco un'altra esplosione anche più forte. E la signora: niente.
Aprii la finestra e... " Cosa sono? ", le chiesi.
" Sono tagliatelle; non le vede? " rispose stupita.
Mi allarmai. " Se queste esplosioni le sento solo io ", pensai, " vuoi dire che ho le traveggole, anzi le tra...sentole. La follia può cominciare anche così ". Tuttavia insistetti. " Scusi, sa, signora, ma lei queste esplosioni non le sente? "
" Ah, i bòtti! " esclamò lei. " Non ci faccia caso, è il Poligono ".
Là per là non capii. Comunque il tono di voce mi rassicurò. Poi seppi che si trattava di un poligono di tiro, in cui si provano nuove armi, nuovi proiettili ed esplosivi.
I nettunesi hanno fatto l'abitudine alle cannonate, così come la si fa alla sveglia sul comodino. Non le notano più. Cosa volete? è una storia che va avanti dal 1888, quando quello che i nettunesi chiamano familiarmente poligono, venne creato col nome molto più lungo e dignitoso di Centro Esperienze Artiglieria del Regio Esercito Italiano.
Le cannonate, che fanno sobbalzare il forestiero, per i nettunesi sono bòtti, un termine, questo, che indica i petardi che salutano il Natale e l'Anno Nuovo e che, perciò, ha un sapore alquanto gioioso e tenero. Anzi, nel nostro caso, qualcosa di più perché, tutto sommato, questi bòtti danno da vivere ad alcune centinaia di famiglie.
Che cosa fanno esattamente al Poligono? Che cosa sono, in realtà, queste esperienze?
Ad eccezione degli addetti ai lavori, non lo sa nessuno e, per la verità, nessuno si cura di saperlo.

 

OLTRE I BINARI
Dalla finestra del mio studio vedo via Visca ed il ponte che scavalca i binari della ferrovia. Questo ponte offre uno spettacolo interessante. Ne è interprete la gente che sale 54 scalini in due rampe di 27 e, dopo aver percorso il ponte, ne scende altrettanti. Si stacca dalla strada e viene messa in evidenza. È come se sfilasse su una passerella. Noti ogni particolare della loro figura, del vestito, della roba che porta in mano. Ha fretta col vento e la pioggia, si attarda col sole. Qualcuno si ferma anche a guardare i vagoni del treno in sosta.
Ore diverse, gente diversa. Al mattino, poco prima delle otto, sono i giovani universitari che attraversano per andare a prendere il treno per Roma. Torneranno verso le due del pomeriggio o col treno successivo che arriva verso le due e mezzo.
Subito dopo le otto, ad attraversare il ponte sono gli scolaretti delle elementari accompagnati dalle mamme. Più tardi, passano le massaie che vanno a fare la spesa. Torneranno dopo le undici cariche di pacchi. Gli scolaretti sciamano dalla scuola di via Visca alle 12,30, e molti di loro salgono con le loro corte gambette i 54 scalini e trotterellano sul ponte accanto alla mamma.
Ma durante la giornata passa gente di ogni tipo e di ogni età.
Per molto tempo queste persone uscivano da un mondo per me sconosciuto o vi entravano. I binari tracciavano un confine oltre il quale v'era l'ignoto. Anche se cercavo di immaginare cosa vi fosse dall'altra parte, la mia fantasia sembrava paralizzata. Ma forse non era così, forse ero io stesso che non volevo saperne di più. E' bene tenere in serbo degli angoli misteriosi: il mondo diventa più suggestivo.
Ma un giorno mi sentii l'anima di esploratore ed affrontai in quattro rate i 54 scalini. Mi fermai a prendere fiato sulla spalletta del ponte. Vidi passare sotto di me un treno che arrivò proprio dove termina il binario (Nettuno è capolinea). Proseguii ed incrociai della gente che veniva dall'ignoto. E finalmente mi calai nell 'oltrebinario.
Vidi dei giardinetti fioriti, scoprii una piccola tipografia che usa ancora la composizione a mano, ed ha una vecchia e lenta macchina piana buona per stampar manifesti, ed una pedalina. Ha però anche una moderna Heidelberg.
Quando fui in via Lombardia, mi accorsi che mi trovavo in un quartiere in gestazione in cui varie cose erano incompiute o non ancora cominciate. Notai che anche qui la gente ama i fiori e le piante, le quali in alcuni giardini sono protette con fogli di plastica.
Una pianta di " ficus elastica " che si era abituata al sole e che anzi sembrava cercarlo, si affacciava a curiosare dal recinto. Le case erano silenziose e la gente riservata. Ma quando chiesi qualcosa, ebbi risposte gentili e premurose,
Andai fino in fondo, ma fui fermato dal fiume Loracina, sul ciglio del quale la strada si interrompeva improvvisamente come paurosa di saltare dall'altra parte.
Vidi scendere un secchio di plastica che aveva " imbarcato " un po' d'acqua. Urtava contro le pietre e faceva fatica a proseguire. Finalmente trovò l'acqua più profonda. Allora si raddrizzò e se ne andò allegramente verso il mare.
Il ponte era stato iniziato e piantato lì chi sa perché.
Sono tornato recentemente oltrebinario, e ho visto con piacere che il quartiere si è sviluppato, che grazie ad un ponte solido e leggero, la strada è riuscita a scavalcare il fiume, e che sono in corso lavori per creare un parco pubblico.
Queste cose che ho scoperto da me mi hanno messo di buon umore. La felicità è fatta davvero di piccole cose.

DOMENICA SUL LUNGOMARE

È domenica sul lungomare. Sulla via, s'inseguono le auto. Sul marciapiede verso il mare scorre un fiume di gente che fa lago sulla terrazza delle " Sirene ".
Questa folla è fatta di nettunesi e di " weekenders ", i primi in cravatta, i secondi senza. Si possono distinguere anche le signore nettunesi per l'abito di città, le altre per quello sportivo o comunque più adatto al viaggio in auto.
I giovani, invece, tendono ad uniformarsi. Moltissimi i bambini, i più piccoli in seggiolini e carrozzine, alcune delle quali per gemelli, altri più grandicelli, tenuti per mano, faticano sulle gambette malferme, alcuni, appesi ai palloncini, camminano già abbastanza bene da soli.
Eccone uno che mi fa tenerezza. Il palloncino gli è volato via e lui gli tende le braccine e lo supplica: " Tonna, tonna! ". Non capisce perché se ne va, se lui gli vuole tanto bene. Tutti si sono fermati a guardarlo: chi ride, chi si commuove. Il palloncino è ormai un puntino lassù. Il piccolo si è girato verso la mamma, il suo volto è tutto un doloroso " perché? ". Sta per piangere. Ma il pallonaro intelligente è corso in soccorso, e il padre del piccolo ha sùbito comprato un altro pallone gemello di quello fuggito.
" Vedi, è tornato. Eccolo qua ". E il piccolo s'irradia di felicità e batte le sue manine, mentre io mi mangio le mie perché non ho con me la macchina fotografica.
Molti si fermano a guardare i giornali illustrati in mostra intorno all'edicola e pochi a comperare.
Sul parapetto belvedere siedono dei giovani, altri stanno innanzi a loro in piedi. Maschi e femmine sono in " jeans " e capelli lunghi e, se i maschi non hanno barba o baffi, puoi facilmente scambiarli. Parlano di sport, di ballo, di musica ed anche d'insegnanti e di lezioni. Altri giovani, al bar del juke - box, con in mano una fanta o una coca cola, ascoltano l'ultimo successo e battono il piede o accennano passi di danza.

 

GRUPPO DI FAMIGLIA
È un via vai alla basilica, che rigurgita di gente, anche perché sono arrivati pullman di pellegrini. Ne arrivano 50 mila
all'anno (i pellegrini, non i pullman).
Dal bordo del piazzale, bancarelle di giocattoli a buon mercato, dolciumi, ceramiche ed anche bandiere diverse tra cui quelle della Roma e della Lazio, lanciano gridi colorati.
Molti si fermano sulla stradetta che costeggia la chiesa, ad osservare il mare. Al largo si svolgono le regate. Le vele sono riunite e sembrano tante farfalle posate sull'acqua ad ali chiuse.
Molti si fermano anche a, guardare i pescatori pazienti che, quando devono rompere l'immobilità, cambiano l'esca. Ma gli spettatori non sono pazienti come loro, e presto vanno via.
Abbondano i fotografi dilettanti, ma vi è anche uno degli ultimi professionisti da " Belle Epoque ", il quale sosta presso l'ingresso alla basilica innanzi al treppiedi con scatolone fotografico. Quando trova il cliente, armeggia intorno allo scatolone, poi sparisce sotto il siparietto nero e fa una peretta all'obiettivo. L'immortalato, dopo pochi minuti, avrà quattro copie per 1500 lire.
Ora il fotografo professionista è riuscito a mettere in posa una bella famiglia, che sembra fatta apposta per lui: tre bambini, i giovani genitori, i due nonni e perfino una vecchia quercia di bisnonno baffuto: un gruppo da dagherrotipo. Che meraviglia! Ancora una volta mi mangio le... va a finire che torno a casa senza mani.

UN GRANDE ATTORE

La passeggiata che ti porta al porto è la più suggestiva. Qui, anche d'inverno, quando solo poche barche danzano mollemente sull'onda che arriva smorzata, e tutte le altre sono state tirate in secca, vi è sempre un po' di movimento. Ma ora che è arrivata la primavera, vi è chi calafata, chi raschia, chi vernicia e chi arma la vela e scivola verso il mare aperto.
Ecco, al solito posto, gli appassionati di pesca. Sono lì ipnotizzati dal sughero, ma se lo vedono ballare, si svegliano di colpo.
Sullo spiazzo innanzi al porticciolo viene la signora sola col suo unico amico: il cane che, libero dal guinzaglio, corre dappertutto e ogni tanto si ferma ad annusare ed a seguire piste misteriose.
Ci vengono plotoni di bambini delle scuole. La marcia è aperta e chiusa da due suore.
Ci vengono i ragazzi a giocare al calcio o al base - ball. Ci vengono anziani i quali sanno benissimo che per arrivare il più lontano possibile nella vita non bisogna correre ma passeggiare.
A volte la passeggiata viene allungata. Si va, da un lato, fino allo Scacciapensieri e, da quello opposto, più in là del castello Sangallo.
Poco traffico al largo, una nave da carico, una petroliera, qualche gabbiano. E tuttavia il mare è sempre un caro amico che si fa guardare.
Ma, per la varietà del loro aspetto e del loro colore, anche la moltitudine di finestrelle e balconcini che salgono dalla Marciaronda hanno una grande attrattiva.
Le gabbie di canarini, i vasi di fiori, gl'indumenti che pendono da verande e balconcini, la congerie di oggetti che s'intravedono sui terrazzini mostrano un mondo che non riesce a strapparsi dal passato, e il presente lo guarda indifferente dalla finestra.
Tutti quei balconcini sono palchi di un immenso teatro che ha per fondale il cielo, per scenari le nuvole, e per maestri delle luci il sole e la luna. Da questi palchi graziosi, si assiste agl'innumerevoli " recitals " di un unico grande attore, antico e sempre giovane, uguale e sempre diverso: il mare.





OPERA APPARTENENTE AL FONDO BIBLIOGRAFICO
"100 LIBRI PER NETTUNO"
EDITO DALLA "COLLANA CARITAS"
AUTORIZZAZIONE PER LA PUBBLICAZIONE
CONCESSA DA DON VINCENZO CERRI

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