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MILLECINQUECENTO

Marcantonio Colonna
e l'antico Statuto di Nettuno

a cura di
BENEDETTO LA PADULA
e
VINCENZO MONTI

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9 - MARCO ANTONIO COLONNA
DA CIVITA LAVINIA

LUIGI GALIETI


Marco Antonio Colonna nacque a Civita Lavinia (oggi Lanuvio), il 25 febbraio del 1535, dal Grancontestabile Ascanio Colonna e da Giovanna d'Aragona, figlia di Ferdinando, duca di Montalto (a sua volta figlio naturale di Ferdinando d'Aragona, re di Napoli). Marcantonio Colonna apparteneva al ramo dei Colonna di Paliano, che dal 1450 circa erano signori del castello di Civita Lavinia. Nel medesimo palazzo, nel 1522, Giovanni Colonna di Aragona approvò lo statuto di S. Lorenzo, oggi Amaseno, rimaneggiandone un altro più remoto.

Prosperetto di Cave, così chiamato per distinguerlo dallo zio Prospero, uno dei più grandi condottieri che abbia mai avuto l'Italia, e che, secondo alcuni autori, nacque a Civita Lavinia nel 1452 (1), aveva appreso con onore da lui l'arte della guerra. Prosperetto era condomino di Lanuvio con lo zio Fabrizio, duca di Tagliacozzo e con il figlio di questo, Ascanio, padre di Marcantonio. Morto Prospero, e non avendo lasciato figli maschi, dal momento che l'unico figlio, Giulio Cesare Colonna era già morto, la figlia Giulia rinunziò, anche a nome della sorella Caterina, a qualsiasi diritto ereditario su Ardea e Civita Lavinia, a favore del condomino e cugino Ascanio, che in tal modo restò l'unico padrone del paese (2).

Sebbene ordinariamente Ascanio Colonna risiedesse con la famiglia a Marino, si recava spesso a Lanuvio. Giovani Battista Belluzzi, detto il Sammarino, famiglio dei Colonna, riporta nel suo diario autobiografico degli anni 1535-1541, la preziosa testimonianza della nascita di Marcantonio, descrivendone minuziosamente l'evento.

Eccola: "a li 8 ditto che fu il martedì di carnovalle, partissimo et andassimo a Civita Lavinia, da la signora duchessa consorte del signore, qualle a li tempi sai era la più bella signora de Italia, et la serafacesimo carnovale. Era la signora gravida et aveva due figli maschi il signor Fabrizio di 9 anni, il signor Prospero di 6 anni, la signora Vittoria di 10 anni, la signora Maria di tre anni, la signora leronima di 1 anno et li stessimo infesta sino a li 11 del ditto, dove tornassimo a Marini et li ogni giorno cavalchare o iocare, caciare a lo giardino o a la vigna, al barcho et ora a Grotta Ferata et ora in altro locho, espetando d'ora in ora che la signora Giovanna partoriste ........... a di 25 che fu uno venere sera, venne nova a 5 ore di notte che la signora aveva partorito uno bello figlio maschio: cusi ogni cosa fu pieno de alegreza et il sabato venissimo a Civita. A li 26 venissimo a Civita, dove il signore trovò la signora star molto bene, et il figlio et schrisse a Roma al cardinal Grimani, et allo ambasciatore de Portugallo, che venisino al battesimo per farli comparì............. cusì stiamo a Civita espettando il di del battesmo. Notta che il vescovo de Ischia, qual era venuto con la signora marchesa era vecchio et dotissimo et molto literato et ogni giorno predichava in camera de la signora; et diceva per ecelentia........ al dì del 4 marzo venne a Civita il vescovo lovio et il vescovo... con il sig. Giovanbatlista Castaido, il sig. Alisandro Doria a visitare la signora marchesa, che tutto il mondo se sapeva la fama sua. Steteno uno giorno et partirno: cusì andava le cose, et io mi steva cusì al modo usato, servendo come o' ditto et pativa assai de lo star mio in tutte le mie cose. Come è usanza de corte pure se andava a cada asai et quello era il mio restoro; perché in questo paese e ' le più belle cade del mondo de porci capri cervi et altre salvatid. A li 7 ditto vene uno mandato dal excellentissimo, cardinale Grimani et uno mandato de lo imbasiatore de Portugallo, quelli tenero a batesemo il figlio dello signore et il vescovo di Ischio, lo batizò et poselli nome Marcho Antonio et con gran festa e trionfo et banchetto. Se li trovò il sig Camillo Collana e il sig. Pirro da Stipiciano; et noi alli 9 del ditto con il signore ritornasimo a Marino"(3).

Il Belluzzi riporta anche molti altri episodi della venuta a Civita di Ascanio Colonna. Marcantonio era molto affezionato al castello di Civita Lavinia, e alla dimora in cui era nato. Quando i Colonna passavano qualche mese nel castello di Civita Lavinia, Marcantonio si spingeva fino a Nettuno; infatti le quindici miglia che separano i due castelli non costituivano un ostacolo per il giovane Marcantonio, il quale a cavallo le divorava in qualche ora, seguendo probabilmente la via Anziatina (4).

Marcantonio diceva di passare i più bei giorni della sua vita a Nettuno facendo vita comune con i marinai e "talvolta avventurandosi da solo sul fragile legno in mare aperto"(5).

La madre di Marcantonio era bellissima e magnanima, (la tradizione vuole che il cardinale Bernardo Divizi, meglio noto come "il Bibbiena", attratto dalla sua avvenenza, ne abbia commissionato il ritratto a Raffaello, per farne dono al re di Francia) (6), ma non fu mai amata dal marito, tutto preso nelle sue ricerche alchimistiche ed astrologiche. Lo seguì a Marino solo per imposizione di Carlo V, e lo abbandonò nel 1538 con il consenso dell'imperatore, nascondendosi nell'isola di Ischia e poi a Castel dell'Ovo. Marco Antonio Colonna, poi, all'età' di 13 anni, fu mandato nelle Fiandre, alla corte di Carlo V. A 16 anni era già al comando di quattro compagnie di fanti e 200 cavalieri, luogotenente del marchese di Marignano, alla guerra di Siena, e riportò lode alla guerra di Lucignano. Nel 1552 tornò in armi sui Colli Albani, per aiutare il padre Ascanio a riappropriarsi di molte delle sue terre (ma non Civita Lavinia), tolte da Paolo III (7). Quando il papa Giulio II fu eletto, per guadagnarsi l'animo dell'imperatore, mostrò di restituire ai Colonna quello che i Colonna avevano già ripreso. Il 17 dicembre dello stesso anno, il padre diseredò M.A. Colonna per insubordinazione, e per essere convissuto con la madre. Marcantonio allora occupò Marino con l'aiuto degli abitanti e altre terre del padre. Nel 1555 Paolo IV (Carafa) accusò Marcantonio del delitto di lesa maestà, per essersi egli ribellato all'ordinanza dello stesso pontefice, che prevedeva la confisca di tutti i suoi beni, e per aver proibito ai tempi del predecessore di portare il grano a Roma. Fu per questo processato e, con bolla del 4 Maggio del 1556 "Postquam divinam Providentiam", condannato alla scomunica maggiore, con confisca perpetua dei beni, dei feudi ed onori. I suoi feudi furono donati ai Carafa (molti pensarono che le colpe imputate a Marco Antonio Colonna erano solo dei pretesti per arricchire i nipoti del papa; in effetti Paolo IV, con i territori dei Colonna creò nel 1556 uno "stato autonomo", il Ducato di Paliano - Cardinalis Caraffa.....seguenti die ad terram Civitatis Lavinie, in ducatu Paliani...(8) - e ne investì il nipote Giovanni Carafa. Questo stato era costituito da tre corpi principali, situati nei Colli Albani, lungo i monti Prenestini, i monti Ernici e lungo la valle del fiume Sacco.

Scotoni attribuisce la creazione di questo stato a esigenze strategico-militari, sottolineando che i territori che lo componevano, con le relative rocche, erano collocati in posizione strategica per il controllo delle vie principali di accesso allo stato pontificio. Civita Lavinia e Genzano, ad esempio, per l'accesso a Roma. Questo stato-cuscinetto, situato appunto al confine tra Stato Pontificio e Regno di Napoli, insieme con altri stati simili, non erano totalmente autonomi, ma rientravano in un quadro tipicamente feudale. Il Papa poteva revocare la concessione del titolo; la camera apostolica, inoltre, poteva imporre tributi (9).

Quando Paolo IV dichiarò la decadenza di Filippo II dal regno di Napoli, il Duca d'Alba (vicerè di Napoli) inviò moltissimi uomini nello stato pontificio (10). M.A. Colonna, ventenne, con il grado di capitano generale dell'esercito spagnolo, lo seguì al comando di 7 compagnie di fanti e prese parte all'assalto di Roma nel 1556. Poiché le truppe spagnole e tedesche del duca d'Alba dovettero spostarsi in Abruzzo, invaso nel frattempo dalle truppe filo-francesi del duca di Guisa, la guerra intorno a Roma fu affidata a M. A. Colonna, che a 22 anni si trovò a capo di 8000 italiani (ormai era talmente famoso per le sue continue vittorie che era considerato uno dei primi generali d'Italia). Con violente battaglie, riuscì a rioccupare quasi tutti i Castelli Romani e a riprendere molti dei suoi feudi.

Nel 1557, con sette compagnie di fanti tedeschi, due di italiani, 150 cavalli e sei pezzi di artiglieria, si impossessò di Gavignano e, successivamente, di una torre vicino Paliano, dopo aver sconfitto Leonardo Ruerio, che era uscito dal castello con 150 fanti e 50 cavalli. Sconfisse Matteo Stendardo a Valmontone, conquistando la città e dandola alle fiamme; espugnò anche Palestrina, difesa da Papirio Capizzucchi, Francesco Colonna e da Angelo da Spoleto. Il castello fu diroccato. Nella battaglia combattuta fra Segni e Paliano, il 27 luglio del 1557, Marcantonio con il Feltz e 400 archibugieri, si scontrò con le truppe di Giulio Orsini. Gli svizzeri si batterono ferocemente con i lanzichenecchi del Feltz, ma le truppe pontificie furono sconfitte pesantemente, e l'illustre generale della chiesa, Giulio Orsini, fu fatto

prigioniero. Paliano fu riconquistato e successivamente fu saccheggiata Segni. Paolo IV nel frattempo, resosi conto della malvagità dei tre nipoti, li scacciò da Roma, mandandoli in esilio nei propri feudi: a Civita Lavinia fu relegato il famigerato cardinal Caraffa, che prese dimora nel palazzo baronale (11), e vi rimase fino alla morte del papa poi fu imprigionato a Castel Sant'Angelo, e là processato, condannato a morte e strangolato. Morto Paolo IV, M. A. Colonna, nel 1559, si affrettò a riconquistare tutti gli altri suoi feudi, non precedentemente recuperati, meno Paliano.

Il successore, papa Pio IV, dichiarò nulli tutti i processi contro M. A. Colonna, e, solennemente, il 7 luglio del 1564, gli restituì tutti i possedimenti, compreso tutto il ducato di Paliano, che successivamente fu trasformato in principato. Esiste presso l'Archivio di Stato di Roma un singolare bando, a firma autografa, "il duca di Paliano", non datato, ma sicuramente compreso nel periodo che va dal 1564, a prima della trasformazione del ducato in principato, con cui M. A. Colonna vietava a tutti di andare a caccia, sia di giorno che di notte, sino al 24 giugno di quell'anno, festa di S. Giovanni Battista; vietava inoltre di utilizzare schioppi, balestre o altri strumenti, cani o uccelli da caccia o qualsiasi altro mezzo, ed il divieto riguardava sia le bandite, che tutto il distretto di Roma, con gravi pene per i trasgressori, da 1000 scudi d'oro alla galera e, a discrezione del duca, anche pene maggiori, con intimazione che si sarebbe preceduto per mezzo dell'inquisizione (12). In pegno della riconciliazione, che segnò il definitivo assoggettamento dei Colonna al papa, si pattuì il fidanzamento tra il figlio di Marcantonio Colonna, Fabrizio, di 11 anni, e la nipote del papa, Anna Borromeo, di sette anni, sorella di S. Carlo. Il matrimonio si celebrò successivamente il 13 aprile del 1572. Nello stesso anno, Marcantonio vendette Ardea e Civita Lavinia a Giuliano Cesarini. Successive vicende storiche di Marcantonio Colonna, compresa la battaglia di Lepanto e il suo incarico di Vicerè in Sicilia, esulano da questo breve saggio, essendo trattate in altre parti del libro.

La casa natale di Marcantonio Colonna è ancora visibile a Lanuvio: è un palazzo a muri rustici, rimasto incompleto, di mole e aspetto piuttosto modesti, composto di un pianterreno, un piano nobile e un mezzanino di servizio, adattato successivamente a secondo piano. Attraverso gli scantinati, una scala finente in basso, in una postierla tutt'ora aperta sul lato orientale delle mura castellane, metteva in comunicazione il palazzo con il terreno sottostante, sistemato a giardino. In questo palazzo, durante la sanguinosa rivolta avvenuta nei Castelli romani, nel periodo della repubblica romana del 1798-99, furono assassinati, da parte di rivoltosi sanfedisti civitani, il commissario Francese Thery e il fondatore della Repubblica Veliterna, Pagnoncelli (13). Il palazzo è posto di fronte alla Collegiata Romanica, e lo spazio quadrato che li separa, Piazza S. M. Maggiore, è ancora oggi chiamato Cortile, con riferimento alla corte della residenza baronale.

Non vi sono documenti che attestino il periodo di costruzione del palazzo; però, già nell'inventario annesso all'istrumento di vendita del castello di Civita, risalente al 1480, nel quale il protonotario Lorenzo Oddone Colonna vendeva il castello di Civita al Cardinale Guglielmo di Estousteville, si accennava alle munizioni e a tutte le suppellettili, presenti non solo nella torre, ma anche nel palazzo. E' verosimile, quindi, che quest'ultimo sia stato costruito qualche anno prima dal protonotario, il quale, anche a nome dei suoi, tenne in possesso ed abitò il paese dopo la morte del Cardinale Prospero (14). Si suppone che il palazzo sia rimasto incompiuto, non per la vendita, ma per le turbolente vicende politiche, prima con la battaglia di Campomofto del 1482, di cui Lanuvio fu la base principale, poi con la confisca di Alessandro VI e la conseguente guerriglia accesasi tra i Colonna ed il Papa, che durò fino alla morte di Paolo IV (15). Dal cortile si osserva uno dei più bei panorami, che abbraccia i Lepini, il Circeo, Nettuno, Anzio, Torvaianica, le Isole Ponziane.

Il Belluzzi, sempre nel suo diario, descrisse lo spettacolo straordinario e terrificante che apparve agli occhi meravigliati dei civitani dal cortile di Civita, durante una limpida giornata primaverile del 1535 "notta che ditta armata era de lo imperatore, quelle andava a tunixe et era capitano Andrea Dona cantra Barbarossa, et il sig. marchese del Vasto capitano de 25 milla fanti, che erano su l'armata, zoè 5 milla taliani, il resto spagniolli et lanzi. Le galee erano 80, li gallioni 12, nave grosse 80, carachie 60, schaini 36, senza le fruste, brigantini et altre navilli piccoli, quatti erano tutte de lo imperatore, senza quelle dello papa et altre potenzie; et questa armata passò in mare, che se viste da Civita il ditto di zoè' a li' 27 de aprile 1535" (16).

Le cifre riportate dal Belluzzi porterebbero la flotta a circa 400 vele. Secondo Sandoval, invece, con le navi pontificie, maltesi e portoghesi, la flotta sarebbe stata composta da circa 700 navi. Le truppe per la spedizione di Tunisi si erano andate lentamente raccogliendo nei porti di Spagna e d'Italia, durante l'inverno 1534-35 e, nel principio di primavera, si concentrarono a Genova, Napoli e Cagliari. Tutta la flotta fu riunita il 12 giugno del 1535 e arrivò a Tunisi il 15 giugno" (17). In questa descrizione, fatta con enfasi dal Belluzzi, si poteva quasi intravedere qualcosa di profetico sul futuro marinaro del neonato Marcantonio: capitani, infatti, di questa possente flotta, erano il conte Alfonso d'Avalos, Marchese del Vasto (cognato di Giovanna d'Aragona e zio di Marcantonio Colonna) e Andrea Boria, che sarà poi, malgrado la più veneranda età, agli ordini di Marcantonio, durante la famosa battaglia di Lepanto.

LUIGI GALIETI



NOTE

1 - Enciclopedia Biografica Bibliografica Italiana Condottieri, Capitani, Tribuni: vol. 1, serie XIX, 1936, pp. 189 e C. Rendina, I Capitani di Ventura, Newton & Compton editori, 2004, p. 232. M. D'Azelio ricorda Prospero Colonna nel suo Ettore Fieramosca.

2 - A. Galieti, La casa ove nacque M. A. Colonna, Roma, 1935 XIII, n. 2, pp. 59-60

3 - G.B. Belluzzi, Diario autobiografico, Napoli, 1907, pp. 38-40

4 - Lanuvio era attraversata dalla via Lanuvio-Anzio o Anziatina o più impropriamente Astura (vedi M.T. Cicerone in Lettere, BUR 1981, Lettere ad Attico 14-2, 14-4, 14-7, nella prima delle quali diceva (p. 251) "in tusculanum hodie: Lanuvii cras, deinde Asturae..... ". Questo aveva portato a credere che la via arrivasse direttamente ad Astura. L'importantissima via, percorsa da Cicerone ogni qualvolta si recava nella sua villa di Astura, collegava, invece, il porto di Anzio alla via Appia. Anzio, nell'età imperiale, era un importantissimo porto, con intensi traffici marittimi. Vi trovarono fertile terreno nuove religioni e filosofie. Inoltre anche dopo la caduta dell'impero romano, il porto Neroniano di Anzio continuò a funzionare, tant'è che nel 537 d.C., i Bizantini se ne servirono per approvvigionare di grano Roma. Successivamente, il porto cadde in disuso (P. Chiarucci, Anzio Archeologica, 1989, p. 15, la descrizione di Procopio, Bell, Cat. I, 26). Malgrado ciò, la via Anziatina continuò ad essere molto importante anche nel medio evo, quando la via Appia, in parte diruta e coperta di paludi, aveva cessato di essere la via militare, e la torre del castello di Astura, era considerata come la prima guardia di Roma verso il mare. Per questa via, infatti, marciarono le truppe del duca Roberto di Calabria, il 18 agosto 1482, contro i soldati pon-tifici che, rafforzati dai balestrieri veneziani, e sotto il comando di Roberto Malatesta, minacciavano una avanzata dal mare verso i colli albani. (A. Galieti, L'Antica Vìa tra Lanuvium ed Astura, pp. 14-17, in Boll, della Ass. Velit. di Arch. Storia ed Arte I-li trini. 1932). Inoltre nel 1516, mentre il Papa Leone X era per diporto a Civita Lavinia, ospite di Fabrizio Colonna, sbarcarono dei mori da 18 fruste, apparse improvvisamente sul litorale, avvisati, come scriveva l'Anonimo Padovano, da qualche scellerato della presenza del papa. I mori percorsero questa via nel fallito tentativo di intercettare e sequestrare il Papa. (Anonimo Padovano in L. A. Muratori, Annali D'Italia, X, p. 129 e Galieti A., Il Castello di Civita Lavinia, in Are. della Reg. Soc. Rom. di Star. Patr., voi XXXII, 190,9 fas. I-II, p. 217 )

5 - M. Granata, Marcantonio Colonna, G. B. Paravia, 1940, pp. 4-5

6 - N. Bazzano, Marco Antonio Colonna, Salerno Editrice, 2003, p. 47: "L'opera, che oggi si trova al Louvre mostra una adolescente incantevole: i capelli sciolti, fluenti, di un biondo caldo che tende al ramarro, incorniciano un ovale perfetto, dall'incarnato roseo; le labbra socchiuse lievemente imbronciate, danno al viso un'espressione compunta e distante; folte ciglia ombreggiano uno sguardo lievemente malinconico, fisso su un punto lontano; la gravita del volto è contraddetta dal lusso dei ricchi panneggi dell'abito di velluto, del cappello dalla tesa rialzata, ornata da piccoli gioielli sparsi, dalle raffinate geometrie architettoniche che fanno da sfondo. Solo il volto fu eseguito da Raffaello; il resto del quadro fu eseguito da Giulio Romano e segnò l'inizio di un nuovo genere di ritratto, il ritratto di corte. Il dipinto, diffuso in numerose copie in Italia ed in Francia". Un ritratto si trova anche nella galleria Doria-Panfili. Non mancano testimonianze letterarie della bellezza di Giovanna. Vittoria Colonna in Rime, Laterza Editore, 1982, le dedicherà due sonetti "dolce lo stil, soave il canto, per dir de' vostri onori i pregi alteri"p. 208 e "questa donna al mondo rara" p. 207. Anche il cardinale Pompeo Colonna ne rimase affascinato e scriverà: "La natura l'ha dotata di virtù eccezionali; ha ornato della più casta dignità del corpo di forme divine, in modo tale che non le si potrebbe trovare altro difetto, se non la natura mortale. La sua bocca e la sua fronte hanno una tale serenità, i suoi occhi lanciano raggi così splendenti, tutto il suo corpo ha una tale perfezione che i più insensibili sono costretti ad amarla, e davanti a lei restano presi dalla bellezza assoluta. Di spirito devoto, di una eloquenza al di sopra del suo sesso, è un modello di tutte le virtù, la si direbbe un astro sceso dal firmamento". E. Rodocanachi, Le ferrane italienne a l'èpoque de la Renaissanze, Paris, Hachette, 1907, p. 269 in N. Bazzana, op. cit. p. 48. Anche Ludovico Ariosto ne rimane incantato, tant'è che le dedica un versetto nell'Oriundo Furioso, Einaudi, Torino, 1966, p. 1383 "ove ne irraggia l'alta beltà, ne paté ogni altra scempio". Oltre alla bellezza, Giovanna era dotata di una cultura non comune. Infatti, insieme alla sorella Maria, alla cognata Vittoria Colonna, a Giulia Gonzaga, e ad altre nobildonne, fece parte del circolo culturale che si riuniva ad Ischia, intorno a Costanza D'Avalos: un gruppo intellettuale educato ai piaceri della poesia e della conversazione. Insieme a questo gruppo di intellettuali, si radunarono dotti e poeti. N. Bazzana op.cit. p. 48

7 - A. Galieti, Il Castello di Civita Lavinia, in Are. della Reg. Soc. Rom. di Stor. Patr., vol. XXXII, 190,9 fas. I-IIp. 221

8 - Niccolo Turinozzi, Diario Romano, in Are. della Reg. Soc. Rom. di Stor. Patr., vol. XXXII, 1909, pp. 13-14

9 - Atlante politico-storico del Lazio, Ed. Laterza, 1996, pp. 71-73. Enrico II volle impegnarsi a prendere sotto la sua protezione il Ducato di Pollano e a fornire annualmente il soldo a 3000 uomini per la difesa di quello stato. T. Torrioni, Una Tragedia nel cinquecento romano, F.lli Palombi, p. 43

10 - L'esercito del Duca d'Alba era composto di 12000 fanti e 1500 cavalieri, 8000 erano italiani reclutati nella maggior parte nel regno di Napoli, senza esperienza di combattimento, ed erano comandati da Vespasiano Gonzaga. Gli altri 4000, invece, comandati da Don Carda da Toledo, erano vecchi soldati spagnoli, provati da molte battaglie, terribili e feroci, abituati a passare a fin di spada intere popolazioni. Il conte di Pepali comandava 1200 uomini di cavalleria leggera; Marcantonio Colonna 300 di cavalleria pesante; Ascanio della Cornia (che, prima di passare con gli imperiali, era uno dei migliori comandanti delle forze pontificie era comandante di Velletri. Quando il Papa scopri che se la intendeva con gli imperiali, mandò una compagnia comandata da Papiro Capizucchi per arrestarlo, ma questi fuggì a Nettuno e, da lì, via mare, a Gaeta) aveva assunto il grado di maestro generale di campo e a Bernardino d'Aldana era affidata l'artiglieria pesante. T. Ternani, op. cit., pp. 45-46

11 - Il cardinale, facendo rilevare che Civita Lavinia rientrava nel ducato di Paliano e che perciò si sarebbe venuto a trovare alla mercé dei Colonna, chiese di essere autorizzato a recarsi a Sermoneta o a Nepi, ma ciò non fu accordato e rimase a Civita Lavinia. Il cardinale chiese finanche aiuto a Filippo II, che però gli fece rispondere seccamente, che anzitutto procurasse di riappacificarsi con lo zio "Ai 31 Gennio 1559 avendo inteso i Veliterni essere venuto il Cardinale in Civita Lavinia, mandarono uno dei priori con il luogotenente o condolersi con lui della indignazione del sommo pontefice, offrendogli per l'asilo la città e presentandogli molti doni. Quest'officio fatto in un tempo, quando amici, e i clienti più obbligati sogliono cambiarsi con la fortuna, piacque sommamente al cardinale, ammirò egli, e lodò l'animo grato de cittadini" T. Bauco, Storia della città di Velletri, 1851, p. 200. Il Cardinale in Civita Lavinia attese agli scavi di antichità'...... fu trovata molte cose di scolture et immagini condotte a Roma et in parte trafugate.... ". A Civita Lavinia distrusse tutta la corrispondenza che avrebbe potuto comprometterlo, T. Torrioni, op.cit., p. 79-80. Malgrado ciò, quando arrivarono gli sbirri ed il Fiscale alla ricerca di carte e documenti utili ai fini del processo portarono via otto grandi casse ripiene di documenti. T. Torriani, op. cit., p. 115

12 - Arch. di stato di Roma, Bandi del governo di Roma e suo distretto, 1529-1733 e De Cupis, La caccia nella campagna romana, Roma, 1922, p. 96. Esiste però anche un altro atto datato 1562, che attesta l'esercizio di governo di Marcantonio su Civita Lavinia, ed è una concessione che egli fece ad Ottavio, un suo Bajolo, del prato detto detti Balestrieri, forse cosiddetto dall'esercitarvisi costoro nel tiro a segno, presente nell'Archivio Sforza, riportato da G. Tomassetti, La Campagna Romana, nuova ed., a cura di L. Chiumenti e F. Bilancia, 1975, vol. II, p. 348

13 - L. Galieti, Episodi Storici Lanuvino Veliterni, anni 1798-99, parte II, Aracne editore, 2004 e A. Galieti, Episodi Storici Lanuvino Veliterni degli anni 1798-99, in BAVASA, VI, 1931

14 - In effetti "tutti i cardinali stavano cioè armati e completamente equipaggiati nei loro palazzi come fossero piuttosto fortezze". Sia il Cardinale Guglielmo d'Eustonville che il Cardinale Prospero Colonna importavano armi per ipropri castelli quindi anche per Civita Lavinia. Il primo "monsignor de Rothomagense" il Cardinale Guglielmo d'Eustonville "condusse per uno vetturia-le fiorentino uno fardello con VI balestre de ferro e birecte" esenti da dazio perché <pro suo et de soa casa uso> e il Reverendissimo monsignor della Colompna>, il cardinale Prospero Colonna importò nel 1461 quando era signore di Civita Lavinia in una sola fornitura (sempre in franchigia) <XXXVI corazine, LXXX celate, VIII spingarde, IIII° casse de berotoni, IIII° mila berotoni senza aste, CL ferri de lande, XXV difreccie, 150 punte di lancia, 25 moschetti,e 8 cannoni > per i suoi possedimenti. A. Esch, Le importazioni nella Roma del Primo Rinascimento, in Aspetti della Vita Economica e Culturale a Roma nel Quattrocento, Istituto di Studi Romani, 1981, pp. 40-41

15 - A. Galieti, La casa ove nacque M. A. Colonna, in Roma, 1935, XIII, N° 2, p. 62

16 - G. B. Belluzzi, op.cit., p. 42 G. 17 - B. Belluzzi, op.cit., p. 165

 

BIBLIOGRAFIA

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- Battaglia di Lepanto descritta da G. Diedo nel dicembre del 1571, Daelli, Milano, 1863
- F. Dionisi, M. A. Colonn,a in Castelli Romani, 1982
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- A. Galieti, Marcantonio Colonna a Lanuvio, Regia Dep. Romana di storia patria, 1938 -XVI, p. 67
- A. Galieti, Marcantonio Colonna Trionfatore di Lepanto, in Boll. D. Ass. Velit. di Ardi. Storia ed Arte, I-IV trini., 1934
- A. Galieti, Ricordi della dominazione colonnese e la casa natale di Marcantonio Colonna in Lanuvio, in G. B. Barino
- A. Galieti - G. Navone, II trionfo di M.A. Colonna, in " R. Deputazione Romana di Storia Patria", 1938
- L. Galieti, Da Civita Lavinia a Lanuvio, ed. Blitri, Velletri, 2002
- L. Galieti, M. A. Colonna da Civita Lavinia, in M. A. Colonna, raccolta antologica, 2002
- La Croce, settimanale illustrato, Napoli e Lepanto, 5-10-1919
- L'Album del 26-11-1836, M. A. Colonna
- P. Lillà, Famiglia Colonna di Roma, Milano, 1836
- M. Murazzi, La battaglia di Pollano, in Rinascimento nel Lazio, Lunario Romana, 1980
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- L. Muratori, Annali d'Italia, voi. VI, Prato, 1868
- C. Rendina, I Capitani di ventura, Newton Compton editori, p. 331
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- P. Vicchi - V. Vicchi, M. A. Colonna, in F. Calabrese, I Colonna del regno, Ed. Autori Nuovi, 1995
- L.Von Pastor, Storia dei Papi dalla fine del medioevo, voi. Vili, 1924
- Enciclopedia Biografica Bibliografica Italiana Condottieri, Capitani, Tribuni: Marcantonio Colonna, voi. 1, serie XIX, pp. 186





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